La Gazzetta dello Sport, 5 gennaio 2012
In teoria, dal 2 gennaio, avremmo dovuto trovare i negozi aperti anche la notte, voglio dire i negozi-negozi, non solo quelli che vendono bibite, ma anche le panetterie o le rivendite di scarpe
In teoria, dal 2 gennaio, avremmo dovuto trovare i negozi aperti anche la notte, voglio dire i negozi-negozi, non solo quelli che vendono bibite, ma anche le panetterie o le rivendite di scarpe.
• Come mai? E perché invece i negozi erano chiusi?
Nel famoso decreto Salva-Stati c’è un articolo, il
31, che liberalizza l’attività commerciale e stabilisce di fatto che se tu vuoi tenere aperto il tuo esercizio ininterrotamente per 365 giorni l’anno, domenica e festività inclusi, puoi. Però fino al 31 dicembre non era così, e quindi non ci siamo ancora potuti comprare un paio di sci alle due di notte perché i
commercianti non sono pronti e non sono pronte le autorità delegate a
provvedere. Ci sono novanta giorni di tempo. Intanto, però, è scoppiato il
solito rito della scazzottatura (metaforica) tra favorevoli e contrari.
• Dov’è il problema?
Mi permette di pubblicare il testo della norma in questione,
operazione che non ha fatto nessuno? Eccolo qua: «Secondo la disciplina
dell’Unione Europea e nazionale in materia di concorrenza, liberta’ di
stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce principio generale
dell’ordinamento nazionale la liberta’ di apertura di nuovi esercizi
commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri
vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali. Le Regioni e gli enti locali adeguano i propri ordinamenti alle prescrizioni del presente comma entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del
presente decreto». Chiaro?
• Non chiarissimo.
Stiamo all’essenziale. Il testo della legge
(articolo 31, comma secondo) fissa un principi c’è «la libertà di apertura»
senza nessuna limitazione o vincolo. Quindi si possono (e ribadisc possono)
tenere aperti i negozi 24 ore su 24 se si vuole. Questo è il primo punto. Il
secondo punto è che nel 2011 le vendite al dettaglio sono diminuite dell 0,7%
rispetto al 2010, il trend essendo destinato a crescere si prevede la chiusura entro quest’anno di 65 mila esercizi commerciali e la perdita di 150 mila posti di lavoro. Questi dati sono la coda di declino dei consumi lungamente negativo. Le grida che si sollevano contro la decisione liberalizzatrice del governo
Monti vanno inquadrate in questa situazione.
• Chi sostiene che cosa?
La grande distribuzione, i grandi supermercati, sono per la liberalizzazione assoluta, tutto aperto 24 ore su 24, vita pimpante fino all’alba, mood americano o, meglio, newyorkese. Per essere più convincenti hanno mollato quelli di Confcommercio e deciso di fare sindacato a sé (quella
che ha rotto è Federdistribuzione, cioè Carrefour-Auchan-Coop-Esselunga).
Confcommercio e i piccoli negozianti in genere sono contrarissimi: restare
aperti 24 ore comporta un aumento dei costi d’esercizio che non sono in grado
di sostenere, è come una partita tra due squadre che non hanno lo stesso numero di giocatori. Se le dimensioni del campo ingrandiscono, quella più numerosa consegue un vantaggio incolmabile.
• È una critica giusta?
È una domanda troppo difficile. È un fatto che i grandi mettono a disposizione dei clienti tutto, possono tenere aperto sempre e, volendo, possono praticare prezzi più bassi. In teoria, raddoppiando o triplicando l’orario di apertura dovranno assumere più gente, quindi l’idea di Monti può essere letta in due sensi: tenendo aperto anche di notte spingo la gente a consumare di più e creo posti di lavoro. D’altra parte, se i piccoli negozi saranno costretti a chiudere per questo, i posti di lavoro che si perderanno da una parte saranno nettamente superiori a quelli che si
guadagneranno dall’altra. La domanda vera è: è matematico che i piccoli saranno spazzati via da questa liberalizzazione? Che succederà se – per esempio – i grandi terranno aperto 24 ore e i piccoli no? Certo, per battere la concorrenza dei grandi, i piccoli dovranno offrire qualcosa in più, in termini magari di qualità del prodotto. Per il resto, le discese in campo furibonde sono la tipica reazione di fronte a ogni novità. La Regione Toscana vuole ricorrere alla Corte costituzionale, sostenendo che questa materia non è di competenza
del governo (ma direi che ha torto, perché l’articolo 31 non dice nulla sugli orari, ma interviene sulla concorrenza), il Lazio e il Piemonte sembrano sulla stessa strada, rullano i tamburi della Lega e della Cgil. Il governo, per ora, fa finta di niente e tira avanti.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 5 gennaio 2012]