La Gazzetta dello Sport, 3 gennaio 2012
La morte di don Verzé, sepolto ieri nel paese dov’era nato (Illasi in provincia di Verona), ci mette in una forte tentazione: quella di catalogare anche questo episodio nella lunga serie dei misteri italiani, una lista che comincia con Pisciotta, passa per la morte di Roberto Calvi e finisce, appunto, con la vicenda romanzesca del prete-imprenditore, del santo-costruttore, indagato ora per bancarotta fraudolenta (e non ancora per associazione a delinquere), creatore di quel gioiello che è il San Raffaele – tirato su contro la volontà delle curie e di papa Montini – poi assurto a uomo di potere autentico, intimo per esempio di Berlusconi e dei servizi segreti, colto infine in castagna sui debiti, un miliardo e mezzo di euro, una somma che ha portato il San Raffaele al fallimento e alla prossima cessione per asta
La morte di don Verzé, sepolto ieri nel paese dov’era nato (Illasi in provincia di Verona), ci mette in una forte tentazione: quella di catalogare anche questo episodio nella lunga serie dei misteri italiani, una lista che comincia con Pisciotta, passa per la morte di Roberto Calvi e finisce, appunto, con la vicenda romanzesca del prete-imprenditore, del santo-costruttore, indagato ora per bancarotta fraudolenta (e non ancora per associazione a delinquere), creatore di quel gioiello che è il San Raffaele – tirato su contro la volontà delle curie e di papa Montini – poi assurto a uomo di potere autentico, intimo per esempio di Berlusconi e dei servizi segreti, colto infine in castagna sui debiti, un miliardo e mezzo di euro, una somma che ha portato il San Raffaele al fallimento e alla prossima cessione per asta. Proprio il 31 dicembre, giorno della morte, si sono aperte le buste di questa asta: non c’era che un’offerta, quella di Giuseppe Rotelli, titolare del Policlinico San Donato (IRCCS) e del relativo gruppo, forte di 17 ospedali in Lombardia e uno in Emilia. È una gara che si concluderà il prossimo 10 gennaio.
• C’è qualche elemento concreto che consenta di inserire la morte di don Verzé nel Catalogo dei misteri?
Nessun elemento concreto. La cronaca della morte non potrebbe essere più asciutta: si sente male la sera del 30 dicembre, all’una di
notte lo portano al pronto soccorso del San Raffaele, alle due e mezza lo
trasferiscono all’unità coronarica, alle sette e mezza del mattino arriva
l’infarto che lo uccide. La Guardia di Finanza ha fotocopiato la cartella
clinica e il portavoce dell’ospedale, Paolo Klun, ha spiegato che questo atto
non significa niente di particolare: «È una prassi consolidata». Non è stata
disposta l’autopsia (anche perché si tratta di un prete). In base a quello che sappiamo non siamo autorizzati a pensare a niente.
• E allora?
Il commento di Beppe Grillo dà perfettamente conto dei
sentimenti e dei pensieri che si agitano nelle teste di tutti. «È morto Don Verzé, aveva 91 anni e sembrava in ottima salute come a suo tempo Papa Luciani, per rimanere nell’ambito religioso, o Sindona, per spaziare nell’ambito affaristico-clericale. Lascia il San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro. Dicono che a ucciderlo sia stato un arresto cardiocircolatorio dovuto allo stress per l’ipotesi di reati di bancarotta e associazione a delinquere. Anche se l’infarto fosse vero, nessun italiano ci crederà mai. Una domanda: "Chi gli ha portato il caffè corretto?”». I dubbi, cioè, non nascono dalle circostanze della morte, ma dalla lunga serie di misteri di cui è intessuta la storia italiana. Diciamo “misteri” e, lei lo capisce, intendiamo “porcherie”.
• A chi poteva giovare la morte di don Verzé?
Come abbiamo già raccontato una volta, la vicenda
del San Raffaele è nello stesso tempo una storia di luce e una storia di
tenebre. Dalla storia di tenebre emerge un uomo dalle ambizioni immense (è
anche da lì che viene il debito da un miliardo e mezzo), un uomo che per
raggiungere i suoi obiettivi era capace di tutto, perfino di indurre i servizi
segreti a tagliare la luce a un vicino che non voleva cedergli un terreno. Un
mese fa, don Verzé scrisse ai suoi giudici, dichiarandosi responsabile di
tutto, ma paragonando se stesso a Cristo in terra. Un’altra volta, in
un’intervista a Sabelli Fioretti, disse di essere stato interrogato, da due
cardinali che lo consideravano «un maneggione e un affarista». Tutti e due gli disser se la sua impresa fallisce, si butti dalla finestra o si compri una
pistola e si spari. Rileggendo questo passo, ho pensato che don Verzé avrebbe
persino potuto chiedere ai suoi medici o ai suoi infermieri di aiutarlo a
morire, di non costringerlo a vedere la fine della sua opera. Si era dimesso da
presidente una quindicina di giorni prima.
• Come sono andati i funerali, ieri?
Hanno prima allestito una camera ardente al Ciborio, sotto
la grande cupola del San Raffaele (è più grande di quella di San Pietro, il che dice tutto sulla megalomania del personaggio). La camera ardente è rimasta aperta solo due ore. Hanno poi portato la salma a Illasi, in provincia di Verona, il paese dove era nato. Molta folla e, in mezzo alla folla, Al Bano, Renato Pozzetto, Massimo Cacciari. Fuori, una corona di Letizia Moratti. Don Mazzi ha commentat «Vorrei dimenticare i suoi ultimi dieci anni. Era un profeta e si sa che i profeti sono sempre strani».
• Cos’è la storia di quel tizio che proprio adesso ha detto di aver pagato tangenti?
Pierino Zammarchi, imprenditore edile che ha costruito gran parte dell’istituto scientifico universitario San Raffaele e che adesso è indagato. È un racconto confuso. «Al San Raffaele non è stato fatto niente di particolare. È un sistema che va avanti da quando ho cominciato nel 1950. Io ho lavorato per Giuseppe Rotelli, al San Donato e anche lì si pagava la percentuale». Rotelli ha smentito seccamente, i giudici dovranno ora capire se la confessione di Zammarchi sta in piedi.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 3 gennaio 2012]