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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

Si sa già che il prossimo compito del governo sarà quello di riformare il mercato del lavoro. Un progetto ancora non c’è, ma la polemica tra il ministro Fornero e i sindacati, specialmente con il leader della Cgil Susanna Camusso, è al calor bianco

Si sa già che il prossimo compito del governo sarà quello di riformare il mercato del lavoro. Un progetto ancora non c’è, ma la polemica tra il ministro Fornero e i sindacati, specialmente con il leader della Cgil Susanna Camusso, è al calor bianco. Lo scontro è cominciato con un’intervista di Elsa Fornero a Enrico Marro del “Corriere della Sera”: «Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro…» ha detto il ministro, e per ottenere questo ha immaginato («io vedrei bene…») un contratto unico uguale per tutte le categorie di lavoratori, che metta fine alle tante forme di precariato, ma «non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto». Per non tutelare più al 100% il solito segmento iperprotetto bisognerebbe però modificare o cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e su questo Fornero ha detto: «Non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». Queste parole sono state stampate domenica scorsa. Lunedì, sempre sul “Corriere della Sera”, i sindacati hanno respinto in blocco l’idea di discutere l’articolo 18, ma la Camusso, intervistata ancora da Marro, è stata particolarmente dura con la Fornero, intanto sulle pensioni – la cui riforma secondo lei è stata concepita anche per favorire le assicurazioni private -, poi sul genere femminile del ministro («C’è un livello di aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che, fatto da una donna, stupisce molto»), infine sull’articolo 18, definito una norma di civltà, e per ciò stesso intoccabile. Lo scontro ha toni talmente violenti (Camusso e Fornero hanno continuato nella polemica) che Napolitano è intervenuto ieri invitando tutti alla calma: uno degli obiettivi del governo Monti – obiettivo dichiarato dallo stesso premier – è quello di far decantare le precedenti polemiche all’ultimo sangue contro Berlusconi.

  • Le domanderò subito che cosa sono l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori. Voglio prima sapere, però, perché si sono messi a gridare tutti quanti.
L’ira sindacale (Bonanni è furibondo quanto la Camusso) dipende dal fatto che sulla materia delle pensioni Monti s’è rifiutato di concertare . Se finisce la concertazione, il sindacato nazionale non ha quasi più senso. Nessuna delle due linee scelte dai rappresentanti dei lavoratori per esempio nella vicenda Fiat sembra davvero vincente: né il buon viso a cattivo gioco di Cisl-Uil né lo scontro frontale della Cgil-Fiom. Di fatto il numero degli iscritti alle organizzazioni che sta effettivamente sui luoghi di lavoro oscilla ormai tra un 15 e un 30 per cento. La Fiom, che era maggioritaria in Fiat, aveva appena il 15%. Non essendo più in grado di portare milioni di operai veri in piazza, il sindacato ha scelto la linee delle cento manifestazioni in cento città diverse, ciascuna da poche migliaia di persone (quando va bene) in modo che non si tocchi con mano la sua debolezza. Del resto, sulle manifestazioni, questa è la strada che ha scelto anche il Pd, ugualmente vedovo del territorio. Relativamente al sindacato, Monti-Fornero hanno l’aria di poter rendere questo processo di disfacimento in corso irreversibile.

• Veniamo allo Statuto del lavoratori.
Una legge votata nel 1970 per merito dei ministri del lavoro Brodolini e Donat-Cattin e del socialista Gino Giugni. Era l’epoca dell’autunno caldo, culmine dell’emigrazione interna di massa (da Sud a Nord) e delle coree Fiat a Torino. Lo Statuto fissava finalmente i diritti dei lavoratori, costituzionalizzando la fabbrica. All’articolo 18 stabiliva che nelle aziende con più di 15 dipendenti non era possibile licenziare senza una giusta causa: il giudice avrebbe avuto il dovere, in questo caso, di ridare al licenziato il suo posto di lavoro, con gli arretrati e i danni. Questa norma è stata accusata molte volte di aver ingessato il mercato del lavoro e di aver condannato al nanismo il nostro tessuto industriale.

Che significa in questo caso “nanismo”?
Pur di non superare il tetto dei 15 lavoratori, le imprese italiane si sarebbero artificialmente sforzate di non crescere per non essere vincolate in eterno al mantenimento dei propri dipendenti. I dati mostrano tuttavia che questa tesi, benché sostanziata dall’enorme quantità di imprese italiane con non più di 10 lavoratori (4,1 milioni su un totale di 4,4 milioni), non sta in piedi. L’Italia ha un tessuto di micro-aziende per sua scelta e vocazione.

• E la storia dell’ingessatura?
Questa ha più probabilità di essere vera. L’imprenditore preferisce ricorrere a un contratto atipico per non legarsi a vita a un lavoratore. La rigidità (e il costo) del sistema italiano non trova riscontro altrove. Nessun giovane potrà essere assunto se non si liberano posti, e l’idea (implicita nelle intemerate di queste ore) che un’impresa possa aumentare il numero degli occupati all’infinito appartiene evidentemente ai miti sindacalesi del passato. Del resto lo stesso Gino Giugni, undici anni fa, alla domanda: «Conviene sul fatto che nel medio periodo la mobilità del lavoro crea più posti di quanti non ne distrugga?» rispose: «Sì, è vero». Ma sa qual è l’aspetto più singolare di questa vertenza?

Quale?
Che all’epoca lo Statuto, oggi proclamato intoccabile, venne approvato con i voti del Partito liberale, ma non con quelli del Partito comunista. Il Pci preferì astenersi.

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 21 dicembre 2011]