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 1954  gennaio 05 Martedì calendario

Tra poco vi sarà in America un televisore per famiglia

New York, gennaio. Al ritmo di cinque milioni ai televisori venduti ogni anno sul mercato americano, alla fine del 1954 ci saranno negli Stati Uniti trenta milioni di apparecchi di televisione: un televisore ogni cinque abitanti, press’a poco uno per famiglia. In pochi anni la TV ha compiuto in America il medesimo miracolo di diffusione capillare che aveva già avuto luogo per gli altri strumenti della vita moderna; il telefono, l’automobile, la radio, il frigorifero. Aggiungendo la televisione, sono questi i cinque elementi di base. I cinque pezzi di corredo che ogni famiglia americana considera indispensabili ad un tenore di vita moderno. La produzione di massa, la uniformità del mercato, il margine elevato del reddito medio dei consumatori, la diffusione organizzata delle vendite a rate sono i fattori che hanno reso possibile, in breve tempo, il raggiungimento di un alto livello di vendite fino a far corrispondere il numero delle automobili, dei telefoni, delle radio, dei frigoriferi, ed ora anche degli apparecchi di televisione, in distribuzione negli Stati Uniti, al numero delle famiglie che vi abitano.
Per quanto riguarda la televisione, l’esperienza americana ci offre due termini di confronto che sono preziosi per un paese, come l’Italia, dove questa forma di spettacolo collettivo sta muovendo i suoi primi passi. Uno di questi termini è il numero considerevole di anni che la televisione americana ha ormai alle spalle: otto anni dal suo inizio, con un bagaglio di esperienze che nessuna altra televisione al mondo possiede. L’altro termine è la massa di utenti cui la televisione americana si rivolge, una massa di almeno cento milioni di telespettatori, se si pensa che ogni apparecchio serve in media la curiosità e le abitudini di tre o quattro persone. Qual è il bilancio, quali sono gli insegnamenti, le indicazioni che la televisione americana può darci mentre stiamo anche noi per entrare in questo nuovo mondo delle immagini portate dentro le case dalla finestra magica della TV?
Cominciamo intanto con il dire che non bisogna aver paura della televisione. Ho letto anch’io, qui in America, il bell’articolo di Paolo Monelli sui pericoli e le minacce della televisione. Le stesse cose si dissero e si scrissero quando la televisione cominciò a diffondersi negli Stati Uniti. Si disse che avrebbe ucciso la cultura, che avrebbe ucciso la conversazione, la lettura, le vecchie abitudini della vita sociale.

Dove non si leggeva

Invece, dopo otto anni di televisione, in America si vendono ora più libri di quanti non se ne siano mai venduti nell’ultimo decennio. La frequenza di spettatori ai teatri e ai concerti è aumentata. È diminuita, di un venti per cento, la frequenza ai cinematografi. Ma in compenso vi è maggiore affluenza di spettatori quando si proietta una buona pellicola, con punte massime di incassi che non erano mai state raggiunte. Con una media di circa dieci films al giorno proiettati dalle varie stazioni sugli schermi della TV, gli americani hanno preso la abitudine di andare al cinematografo solo se ne vale la pena, solo se il cinematografo offre loro «films» migliori di quelli che possono vedere a casa.
Invece è in aumento la circolazione dei giornali, sia dei quotidiani che dei periodici. La conclusione è che dove già esisteva un interesse alla cultura, la televisione non lo ha turbato eccessivamente. Dopo un primo periodo di curiosità, con molte ore alla settimana spese davanti allo schermo della TV, si è presto ricostituito un equilibrio nell’impiego del tempo dedicato alle varie forme di divertimento, di informazione, o di spettacolo. Si è cominciato in America con venti ore di televisione alla settimana: ora la media è di sei ore, e anche meno. La ipnosi della TV non è un male cronico, ma una febbre passeggera. Se la televisione prende un posto preminente nelle abitudini di certe famiglie, questo accade nelle case dove non esistevano nemmeno prima quelle forme di vita sociale che si teme vengano distrutte: case dove non si leggeva, o si leggeva poco e male, dove non si tenevano conversazioni brillanti o concerti. In quelle case la televisione ha colmato un vuoto, e Dio volesse che la stessa cosa avvenisse anche in Italia. Per tracciare un bilancio del bene o del male della televisione non bisogna pensare a quello che accadrà quando i televisori saranno distribuiti a molte migliaia nelle famiglie di Roma, di Torino o di Milano: ma agli apparecchi di televisione installati nelle cittadine e nei borghi di provincia, in un locale pubblico della campagna piemontese o in una trattoria di Calabria.

Il carattere dei programmi

Un’altra osservazione utile dell’esperienza americana riguarda i programmi. Tra le grandi categorie di spettacoli che la televisione può dare, che vanno dalle commedie alle canzoni, dai films ai telegiornali di attualità, dagli avvenimenti sportivi ai programmi di varietà, il favore del pubblico americano si è decisamente indirizzato alle narrazioni di fantasia piuttosto che alle riprese dal vero, e in particolare ad una forma di brevi commedie, scritte e recitate appositamente per la televisione, con intrecci leggeri, senza complicazioni e stranezze, che ripropongano temi comuni della vita quotidiana.
Anche i protagonisti della televisione, quelli più popolari ed amati dal pubblico, hanno una loro fisionomia speciale. Non sono i grandi nomi del cinema, del teatro o della canzone, ma personaggi assai più dimessi e comuni, volti qualunque scelti più per certe qualità serene, distensive, per il senso di riposo e di quiete che possono ispirare, che non per le attrattive romantiche, violente, che costituiscono il fascino degli attori cinematografici, con il turbamento della bellezza e dell’avventura. Gli spettatori della televisione preferiscono gli eroi semplici agli eroi complicati. Vogliono, in genere, volti nuovi. E mentre nel cinema e nel teatro si ricercano le emozioni, i contrasti sentimentali, le grandi scene d’azione, nella TV si desidera soprattutto quello che gli americani chiamano relaxation, una calma distensione di nervi.
Una delle influenze maggiori portate dalla televisione nella vita americana è quella che ha, in pochi anni, radicalmente mutato i costumi della propaganda politica. Sugli schermi della TV un presidente degli Stati Uniti, un ministro, un leader politico può tenere simultaneamente una specie di colloquio intimo con cinquanta, sessanta milioni di cittadini. La televisione dà un senso di presenza fisica, di contatto diretto, che la radio poteva solo in minima parte provocare. Ogni discorso, ogni intervista degli uomini politici alla televisione diventa un colloquio a quattr’occhi con decine di milioni di interlocutori silenziosi. Si è arrivati, a grado a grado, ad una forma di dialogo confidenziale e collettivo, cui tutta la propaganda politica si va uniformando. La televisione è oggi in America la più potente «macchina per voti», una nuova forma di contatto con gli elettori, in cui conta più la sincerità che la rettorica, e dove non hanno rilievo le vecchie astuzie dei comizi di piazza. Soprattutto, attraverso la televisione, si è venuto formando un senso di partecipazione più diffusa e più cosciente delle masse alla vita politica, ai suoi personaggi e ai suoi problemi. E anche questo è, senza dubbio, uno dei lati positivi della televisione.