La Gazzetta dello Sport, 11 dicembre 2011
C’è questa storia della Chiesa che non paga l’Ici, su cui si stanno accapigliando tutti e che sta mobilitando un numero imponente di italiani
C’è questa storia della Chiesa che non paga l’Ici, su cui si stanno accapigliando tutti e che sta mobilitando un numero imponente di italiani. Sono all’arrembaggio i social networks e la rivista Micromega, che ha lanciato un appello sottoscritto da centomila persone. Dall’altra parte “Avvenire”, il giornale dei vescovi, risponde con veemenza che si tratta di disinformazione o demagogia, la Chiesa paga tutto quello che deve pagare eccetera. Il direttore Marco Tarquinio ha stampato due volte lo stesso editoriale, tanto per dar forza alla sua difesa.
• Dopo di che il cardinale Bagnasco ha detto che quelli
di Micromega avevano ragione e che il Vaticano è pronto a tirare fuori i soldi.
Ma lei ha capito veramente male. Il cardinale Angelo
Bagnasco, presidente della Cei, cioè capo dei vescovi italiani, stava a Genova
per un convegno e ha chiesto che gli chiamassero i giornalisti. Voleva fare una
dichiarazione. Arrivati i cronisti, ha detto: «In linea di principio la
normativa vigente è giusta, in quanto riconosce il valore sociale delle
attività svolte da una pluralità di enti no profit e, fra questi, degli enti
ecclesiastici. Questo è il motivo che giustifica e al tempo stesso delimita la
previsione di una norma di esenzione. È altrettanto giusto, se vi sono dei casi
concreti nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, che l’abuso sia
accertato e abbia fine. In quest’ottica non vi sono da parte nostra preclusioni
pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza
delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti
non profit, oggetto dell’attuale esenzione».
• Ecco vede: «non ci sono preclusioni
pregiudiziali».
Non vuol mica dire quello che pensa lei. Intanto Bagnasco ha
ricordato che i benefici concessi per la loro attività sociale agli enti
ecclesiastici (è questa l’espressione giusta: la «Chiesa», il «Vaticano», la
«Santa Sede» non c’entrano) riguardano allo stesso modo tutte le religioni,
tutte le ong (cioè le organizzazioni di volontariato e beneficenza), le
ambasciate, le fondazioni liriche, i palazzi intestati a stati esteri, le
edicole, le cappelle nei cimiteri, i musei, le proprietà comunali, provinciali
e regionali (se destinate a fini istituzionali). Quindi l’attacco alle
proprietà ecclesiastiche è ingiustificato per difett se bisogna rivedere o
criticare, la revisione o la critica deve riguardare tutti. Anche se la
revisione sembra al cardinale dubbia, dato «il valore sociale delle attività
svolte» da questi soggetti. E tuttavia potrebbe esservi qualche abuso, e in
questo caso è giusto che lo Stato intervenga. Quindi: lo Stato, prima di
muoversi, accerti gli abusi. E se ritiene di essere nel giusto, colpisca.
• Lo Stato invece che fa?
Lo Stato sarebbe in questo momento Mario Monti. All’inizio
il presidente del Consiglio, riferendosi a Ici ed enti ecclesiastici, ha dett
«È una questione che non ci siamo posti». Una seconda volta, capendo che
montava una marea di malcontento, ha precisat «Sugli immobili della Chiesa
posso dire che in questi 17 giorni non abbiamo preso nessuna decisione, e mi
fermo a questo. Sono anche a conoscenza di una procedura Ue sugli aiuti di
Stato» (dobbiamo questa procedura ai radicali: la Corte europea ha chiesto che
l’Italia mandi la documentazione entro maggio, l’Italia vorrebbe una proroga).
So che il ministro Passera sta conducendo sondaggi per capire qual è il margine
d’intervento. A sua volta la Cei sta pensando di affidare una riflessione di
natura tecnica a Ettore Gotti Tedeschi, il presidente dello Ior (la banca
vaticana).
• Di che cifre stiamo parlando?
Cifre certificate non ce ne sono. Si parla di 400 milioni,
oppure di 70-80, oppure di 700. Odifreddi dice sei miliardi, Maltese 4 miliardi
e mezzo (si tratta in questi ultimi due casi di forti nemici della Chiesa).
Alla Cei raccontano che pochi mesi fa il Comune di Milano ha mandato una
lettera a tutte le parrocchie per chiedere un elenco di proprietà e pertinenze.
«Se nemmeno una città come Milano ha un’idea precisa, che credibilità possono
mai avere tutti questi calcoli?».
• Perché se lo Stato scopre un ente ecclesiastico
che non paga il dovuto non interviene?
Beh, è soprattutto materia dei Comuni. A Roma, città
principale per questo genere di contenziosi, le cause sono parecchie. Alemanno
pretende 60 mila euro dalla Provincia religiosa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo
dell’Opera don Orione, 45 mila euro dalla Congregazione delle Mantellate serve
di Maria, 24 mila euro dalla Chiesa evangelica metodista d’Italia, tutte realtà
che controllano patrimoni immobiliari imponenti. La resistenza degli enti
ecclesiastici si basa sull’ambiguità della normativa in vigore, varata da
Prodi, la quale esenta dall’Ici gli immobili ad uso «non esclusivamente
commerciale». Il diavolo si nasconde in quell’«esclusivamente»: in teoria, se
apro una clinica e ci metto una cappellina, la clinica potrebbe non essere ad
uso esclusivamente commerciale e non pagare l’Ici, anche se la tariffa di ogni
posto letto fosse stratosferica. Non ho bisogno di dirle che una quantità di
enti religiosi e di ong ci marciano. Ma appunto, come dice Bagnasco, in questi
casi lo Stato intervenga e pretenda il dovuto. Le autorità ecclesiatiche –
promette il cardinale – su questo non diranno una parola.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 11 dicembre 2012]