La Gazzetta dello Sport, 7 dicembre 2011
Cravatta rossa contro cravatta blu, ieri Mario Monti (la cravatta blu) s’è seduto nel salotto di Bruno Vespa e ha risposto a mezz’ora di domande
Cravatta rossa contro cravatta blu, ieri Mario Monti (la cravatta blu) s’è seduto nel salotto di Bruno Vespa e ha risposto a mezz’ora di domande. Tutto molto tranquillo, il premier ha abilmente cambiato discorso se il punto era troppo scottante, Vespa non ha mai smesso di sorridere, il “crucifige! crucifige!» dei giorni scorsi per la scelta di andare a “Porta a porta” – persino con appelli sottoscritti da persone in altre circostanze assai intelligenti – ha perso alla fine ogni consistenza. La prima domanda è stata: ma davvero senza la manovra a un certo punto sarebbe stato in pericolo il pagamento degli stipendi?
• Che cosa ha risposto il premier?
«È ben possibile». E ha aggiunto: non siamo andati
molto lontano da quel risultato. «La Grecia era distante da noi appena tre
mesi. E il fatto che siamo più forti della Grecia, ci rende più colpevoli». Qui
il capo del governo ha ripetuto un concetto espresso già nella prima conferenza
stampa di domenica sera: in tutti questi anni abbiamo vissuto più consumando la
ricchezza prodotta nel passato che producendone di nuova. E ora c’era bisogno
di mandare un segnale all’Europa, un segnale che tutto stava cambiando. Per
questo ci siamo decisi a tirare in ballo persino i pensionati. Solo quando
abbiamo visto che i numeri ci costringevano a togliere mezza copertura
dall’inflazione anche alla fascia 480-960 euro ci siamo convinti a intervenire
sui capitali scudati.
• Vespa non gli ha detto che questo intervento è molto
discutibile formalmente, perché il patto stretto a suo tempo con lo Stato dice
chiaramente che con lo scudo e la sanzione del 5% la partita è chiusa per
sempre e non si può riaprire?
No, Vespa ha ricordato solo, senza entrare nei
dettagli, che i due miliardi messi a bilancio su questo punto saranno difficili
da riscuotere. Monti s’è detto invece sicuro del fatto suo.
• E sui sindacati? Perché tutti e tre – sia pure
separatamente – lunedì sciopereranno.
«Me lo aspettavo. Li capisco. In passato hanno incrociato
le braccia per molto meno». Quando Vespa ha osservato che la sua redazione è
stata inondata di lettere di protesta da parte dei pensionati e che, insomma,
c’è una questione di equità, Monti ha risposto che deve esistere anche
un’equità verso le generazioni future. Non solo i mercati, anche il buon senso
ci chiede di cambiare i meccanismi che impediscono, per esempio, ai giovani di
trovare un lavoro.
• Ecco, mi pare che abbia fornito idee importanti sulla
riforma del mercato del lavoro che ha in testa.
Guarda al modello nordico, dove, per esempio, è
possibile licenziare un lavoratore dipendente dandogli tre anni di buonuscita.
La sua idea è di garantire il lavoratore, non il posto di lavoro. Su questa
materia ha promesso che non procederà senza aprire un tavolo negoziale con i
sindacati. Ma è chiaro che sarà un osso durissimo.
• Perché?
Perché Monti ha una certa idea di come debbano esser
fatte le cose, ed è un’idea armonica, che rifugge sia dagli interventi una
tantum (come i condoni) sia dagli aggiustamenti per far contento questo o
quello, aggiustamenti che fanno pendere pericolosamente la costruzione da un
lato o dall’altro. La sua filosofia è risultata molto chiara quando Vespa gli
ha chiesto se si possono ipotizzare degli emendamenti in Parlamento che cambino
certi punti della manovra. Monti ha prima affermat «Il Parlamento è sovrano».
Poi ha aggiunt «Il margine di flessibilità però è pochissimo». E la ragione è
questa: che la manovra è stata costruita avendo in mente un’idea generale di come
deve essere organizzata la nostra democrazia e questa idea non è poi troppo
flessibile. Per esempio, ha chiesto Vespa, accetterebbe di lasciar stare i
pensionati e la tassa sulla prima casa in cambio di un aumento dell’Irpef?
Restando identici i saldi? La risposta di Monti è stata: no. Non abbiamo alzato
l’Irpef e non l’alzeremo. La logica non è quella.
• Eppure, con i partiti che mugugnano…
Anche qui Monti ha dato una risposta estremamente
significativa: quelli vogliono che governiamo nel nome della continuità col
governo precedente; questi invece ci spingono a mosse di discontinuità. Siamo
costretti ad accontentare in qualche modo sia questi che quelli: pratichiamo la
continuità dando seguito alle decisioni responsabilmente prese, anche in sede
europea, dal governo Berlusconi. Pratichiamo la discontinuità quando
accentuiamo il carattere sociale di certe nostre decisioni. Quando Vespa gli ha
detto che la sua popolarità, negli indici di Renato Mannheimer, era al 73%
prima della manovra e ancora al 64 dopo – cioè il presidente del consiglio era
sceso nella simpatia del popolo italiano di appena 9 punti – Monti ha
commentato sorridendo: «Forse, a saperlo, la manovra avrei dovuta farla più
dura…».
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 7 dicembre 2011]