Comandini, 7 luglio 1861
Il generale Cialdini luogotenente al Sud per combattere briganti e ribelli
• Reale decreto incarica il generale d’armata Cialdini, comandante del 4° dipartim., del comando di tutte le truppe stanziate nelle provincie napolitane • Paolo Mieli, commentando il saggio di Salvatore Lupo L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, 2011: «[...] I moderati che, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere “i beduini, a confronto di questi caffoni… fior di virtù civile”. È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: “Credo che un po’ di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo”. Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: “Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte”. Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d’armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati. La loro “non moderazione” a fronte delle plebi meridionali nasceva dall’idea che, negli anni precedenti all’impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. “Non si capiva però”, osserva Lupo, “se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all’inverso, c’era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell’Italia virtuosa”. E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell’aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: “Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr) come non altro che una cancrena”, affermava Amari, “abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità”».