La Gazzetta dello Sport, 22 novembre 2011
La Fiat ha disdetto tutti gli accordi sindacali vigenti e «ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto» in tutti gli stabilimenti automobilistici italiani a partire dal prossimo 1° gennaio
La Fiat ha disdetto tutti gli accordi sindacali vigenti e «ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto» in tutti gli stabilimenti automobilistici italiani a partire dal prossimo 1° gennaio. Significa che dal 1° gennaio 2012 i 70 mila dipendenti che il gruppo impiega nei suoi 184 stabilimenti italiani saranno senza contratto nazionale di lavoro. La data del 1° gennaio coincide con quella annunciata poco più di un mese fa in cui la Fiat, in coerenza con le scelte che il suo amministratore delegato Sergio Marchionne sta compiendo da due anni, uscirà anche dal sindacato padronale, la Confindustria.
• Come è possibile, per un operaio, lavorare senza
contratto?
Il Lingotto estenderà evidentemente a tutti il
contratto-diktat sottoscritto da Cisl, Uil e Ugl a Pomigliano, poi esteso a
Mirafiori e infine adottato anche dalla Bertone di Grugliasco. Con tanto di
referendum vinti sempre finora da Marchionne.
• Che cosa dice questo contratto?
Orario di 40 ore settimanali, 18 turni a rotazione (cioè si
lavora, se serve, anche il sabato e la domenica), salario di 24 mila euro lordi
l’anno (300 in più rispetto a prima), due pause da venti minuti invece di tre
da dieci (i dieci minuti di lavoro in più vengono compensati), primo giorno di
malattia non pagato, sanzioni se si proclama uno sciopero al di fuori delle
regole stabilite, anzi il sindacato deve collaborare a ridurre i livelli di
assenteismo. Sul tavolo Marchionne mise a suo tempo 700 milioni per Pomigliano,
un miliardo per Mirafiori, un altro miliardo per Grugliasco. Fabbrica Italia –
come progetto – varrebbe, se si crede a quanto l’amministratore delegato della
Fiat ha promesso, 20 miliardi. In cambio, c’è la rivoluzione del sistema
italiano delle relazioni industriali, rivoluzione cominciata appunto con
l’accordo-diktat di Pomigliano di due anni fa.
• Perché diktat?
Era un accordo “prendere o lasciare”. Se i
lavoratori di Pomigliano non avessero accettato la regola stilata dalla Fiat,
la Fiat avrebbe lasciato la produzione della Panda in Polonia. Idem a Mirafiori
e a Grugliasc oltre alla Polonia c’è a un passo la Serbia, dove infatti è
andata a finire – con un forte intento dimostrativo da parte del Lingotto - la
fabbricazione della L0. Il punto davvero eversivo, e che è costato una vertenza
in tribunale non ancora chiusa, è però quest la Fiat sostiene che se un
sindacato non ha firmato almeno un accordo nazionale nel suo settore non ha
diritto di rappresentanza in fabbrica. Siccome l’azienda che gestirà
Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco è stata costituita al di fuori di
Confindustria, risulta che la Fiom – i metalmeccanici della Cgil – non ha
diritto di rappresentanza in fabbrica dato che non ha firmato l’unico accordo
nazionale a questo punto disponibile, quello di Pomigliano.
• Sembra un cavillo.
La cosa sta scritta nello Statuto dei lavoratori. Il
giudice finora ha dato torto alla Fiat, su questo punto, sostenendo che non può
essere esclusa una sigla che raduna la maggior parte dei lavoratori.
Intendiamoci: si tratta della maggior parte dei lavoratori che sono iscritti a
un sindacato. Gli iscritti a un sindacato qualunque nelle fabbriche Fiat non
arrivavano, già prima di queste vicende, al 50%.
• Che dice la Fiom?
Dichiarazioni durissime: la disdetta degli accordi in tutti
gli stabilimenti italiani prepara la “pomiglianizzazone” dell’intero universo
Fiat, analisi che è evidentemente corretta. Landini, segretario della
Fiom-Cgil, ha detto: «Finché c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può
decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con
le azioni legali e le denunce, ma dovremo anche mettere in campo un’azione
sindacale non solo dentro la Fiat, ma per tutta la categoria». È stato
annunciato uno sciopero nello stabilimento Sevel di Pescara per il 26 novembre.
La Fiom sta preparando un libro bianco su tutta la vicenda e intende rivolgersi
al Parlamento. Nei comunicati di ieri non ho visto cenni a pressioni sul
governo o appelli al nuovo ministro Elsa Fornero. Se ne può capire la ragione,
ricordando un passaggio del discorso di Mario Monti, giovedì scorso, al Senat
il governo si propone di allontanarsi da «un mercato duale dove alcuni sono
troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in
caso di disoccupazione […] Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro
della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene chiesto
dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno iniziato a fare».
Cioè, niente più contratti nazionali e adozione di logiche completamente
diverse dal passato nelle contrattazioni per azienda o per territorio.
Esattamente quello che vuole Marchionne.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 22 novembre 2011]