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 1966  aprile 23 Sabato calendario

La Fort (da 20 anni all’ergastolo) lavora, recita e pensa alla grazia

• Arnaldo Geraldina de La Stampa incontra la Fort, da quasi venti anni all’ergastolo, nel carcere femminile di Firenze. «Quando entrai nella
“biglietteria” di Santa Verdiana, Caterina Fort mi guardò con diffidenza. Capelli un po’ tinti, la faccia larga, la corporatura robustissima, portava un vestito di lana grigia e un grembiule a righe bianche e marrone. Il carcere femminile è in via dell’Agnolo 14, in un antico convento dove un tempo vivevano monache di clausura. La Fort, in piedi dinanzi al banco di lavoro, prendeva da una gerla manciate di biglietti ferroviari spiegazzati li selezionava sveltamente, ne faceva tanti mucchi: sarebbero finiti nell’archivio delle Ferrovie dello Stato, che ha sede qui a Firenze. Sorrise all’ispettore generale Michele Ferlito, che sovraintende agli istituti penitenziari fiorentini. “Come va, Caterina?”. E lei: “Bene, signor direttore, sa che tra poco saranno vent’anni?”. (...) Mi osserva con perplessità. È molto tempo, mi spiegano, che non vede estranei. A poco a poco sembra indulgere alla confidenza. “In vent’anni ho scavato senza misericordia nella mia coscienza, giorno per giorno, ora per ora. Prima a Perugia, poi a Trani, adesso qui. Debbo pagare per quello che feci quella sera di pioggia. In principio sembra di non poter sopportare l’idea della parola “mai”, scritta sul registro al posto della data del termine della pena. Ma a poco a poco, dopo il collasso, ci si riprende. Si ritrova una personalità, ci si adatta, viene la rassegnazione. Ma ci vuole una volontà d’acciaio: io l’ho avuta. Sa qual è stata la medicina? Il lavoro. Guai se non si lavorasse”. Abbassa gli occhi color nocciola, riprende lo spoglio dei biglietti, torna a guardare Ferlito, che riesce ad umanizzare la pena della friulana a forza di comprensione e di rigore morale. In questa lentissima opera di rieducazione è aiutato egregiamente dalla superiora della casa di pena, Suor Celeste da Lucca, dell’Ordine di San Giuseppe del l’Apparizione. È lei che controlla gli umori di Rina, che interviene con una parola quando la reclusa è a colloquio con la sorella Maria e la nipote Silvana, è lei che organizza nel teatrino certe recite in cui la Fort, vestita da uomo, fa la parte di James Bond e scopre la trama di un intricato delitto. “Signora – chiedo a Caterina che si compiace d’esser chiamata così – è vero che le piacciono i bambini?”. Risponde con un trasalimento: “Proprio così. Qui ce ne sono due, figli di detenute, ma presto se ne andranno. A Perugia avevamo un vero asilo” (...) Suor Celeste interviene col suo sorriso: “Caterina ha adesso cinquantun anni, si è liberata da molti complessi, non teme gli impulsi come una volta. Si è educata. Sembra quasi impossibile che sia stata condannata per quel fatto”. “Ha sentito – chiedo a Caterina – che Giuseppe Ricciardi, risposatosi in Sicilia, non le concederà mai il perdono indispensabile per un’eventuale liberazione condizionale?”. “Non m’interessa, – ribatte seccamente – tanto so benissimo che per questo occorrono ventotto anni di pena ed io ne ho scontati soltanto venti. A Roma però due bravi avvocati, Remo Pannain e Vittorio Ambrosini, s’interessano di me e non fanno crollare la mia speranza. Voi che vivete nel mondo, fra tutto quel rumore, certe cose non potete capirle. Per la grazia, che è una prerogativa del Capo dello Stato, la legge non parla di perdono delle parti offese. Non prevede nulla: un giorno il direttore riunisce il Consiglio di disciplina, fa una bella relazione, mette in evidenza la condotta tenuta da un’ergastolana per anni ed anni, manda tutto al Ministero. Allora anche una come me può pensare a un atto di clemenza”». [Arnaldo Geraldina, Sta. 24/4/1966]