8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXVI
Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e
diventa un ragazzo.
Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere
la spiaggia, si accòrse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio
sulle spalle e aveva le gambe mezze nell’acqua, tremava fitto fitto, come se al
pover’uomo gli battesse la febbre terzana.
Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po’ dell’uno e un
po’ dell’altra. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli
disse per confortarlo:
— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo
salvi.
— Ma dov’è questa spiaggia benedetta?
— domandò il vecchietto, diventando sempre più inquieto, e appuntando gli
occhi, come fanno i sarti quando infilano l’ago. — Eccomi qui, che guardo
da tutte le parti e non vedo altro che cielo e mare.
— Ma io vedo anche la spiaggia — disse il
burattino. — Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di
notte che di giorno. —
Il povero Pinocchio faceva finta di esser di buon umore: ma invece...
invece cominciava a scoraggirsi: le forze gli scemavano, il suo respiro
diventava grosso e affannoso... insomma non ne poteva più, e la spiaggia era
sempre lontana.
Nuotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con
parole interrotte:
— Babbo mio... ajutatevi... perché io muojo!... —
E padre e figliuolo erano oramai sul punto di
affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse:
— Chi è che muore?
— Sono io e il mio povero babbo!
— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...
— Preciso: e tu?
— Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia
in corpo al Pesce-cane.
— E come hai fatto a scappare?
— Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la
strada, e dopo te, sono fuggito anch’io.
— Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l’amore che
porti ai Tonnini tuoi figliuoli: ajutaci, o siamo perduti.
— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi
tutti e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò
alla riva. —
Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo, accettarono subito
l’invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di mettersi
addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.
— Siamo troppo pesi? — gli domandò
Pinocchio.
— Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere
addosso due gusci di conchi-glia — rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa
e robusta, da parere un vitello di due anni.
Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo,
per ajutare il suo babbo a fare altrettanto: poi si voltò al Tonno, e con voce
commossa gli disse: — Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per
ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio, in segno di
riconoscenza eterna!... —
Il Tonno cacciò il muso fuori dell’acqua, e Pinocchio, piegandosi coi
ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo
tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c’era
avvezzo, si sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere
come un bambino, ricacciò il capo sott’acqua e sparì .
Intanto s’era fatto giorno.
Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto,
che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse:
— Appoggiatevi pure al mio braccio, caro
babbino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo
stanchi, ci riposeremo lungo la via.
— E dove dobbiamo andare? — domandò Geppetto.
— In cerca di una casa o d’una capanna, dove ci
diano per carità un boccon di pane e un po’ di paglia che ci serva da
letto. —
Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione
della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chiedere
l’elemosina.
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più
da quelli di una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco,
aveva finito coll’accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta
perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista
ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel
giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciajo ambulante, che la
comprò per farsene uno scacciamosche.
— O Pinocchio — gridò la Volpe con voce di piagnisteo
— fai un po’ di carità a questi due poveri infermi.
— Infermi! — ripeté il Gatto.
— Addio, mascherine! — rispose il
burattino. — Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate più.
— Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e
disgraziati davvero!
— Davvero! — ripeté il Gatto.
— Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi
del proverbio che dice: «I quattrini rubati non fanno mai frutto». Addio,
mascherine!
— Abbi compassione di noi!...
— Di noi!
— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina
del diavolo va tutta in crusca».
— Non ci abbandonare!
— ...are! — ripeté il Gatto.
— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio
che dice: «Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza
camicia». —
E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la
loro strada: finché, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola,
in mezzo ai campi, una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto
d’embrici e di mattoni.
— Quella capanna dev’essere abitata da qualcuno — disse
Pinocchio. —Andiamo là, e bussiamo. —
Difatti andarono, e bussarono alla porta.
— Chi è? — disse una vocina di dentro.
— Siamo un povero babbo e un povero figliuolo,
senza pane e senza tetto —rispose il burattino.
— Girate la chiave, e la porta si aprirà
— disse la solita vocina.
Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì . Appena entrati dentro,
guardarono di qua, guardarono di là, e non videro nessuno.
— O il padrone della capanna dov’è? — disse
Pinocchio maravigliato.
— Eccomi quassù! —
Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra
un travicello il Grillo-parlante.
— Oh! mio caro Grillino — disse Pinocchio salutandolo
garbatamente.
— Ora mi chiami il «Tuo caro Grillino», non è vero? Ma ti rammenti
di quando, per cacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di martello?...
— Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me...
tira anche a me un manico di martello. ma abbi pietà del mio povero babbo...
— Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo.
ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo
mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser
ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.
— Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere
e io terrò a mente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a
comprarti questa bella capanna?
— Questa capanna mi è stata regalata jeri da una graziosa capra, che
aveva la lana d’un bellissimo colore turchino.
— E la capra dov’è andata? — domandò
Pinocchio, con vivissima curiosità.
— Non lo so.
— E quando ritornerà?...
— Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando,
pareva che dicesse: — «Povero Pinocchio... oramai non lo rivedrò più... il
Pesce-cane a quest’ora l’avrà bell’e divorato!...»
— Ha detto proprio così ?... Dunque era lei!...
era lei!... era la mia cara Fati-na!... — cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo
dirottamente.
Quand’ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli occhi e, preparato un buon
lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al
Grillo-parlante:
— Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il
mio povero babbo?
— Tre campi distante di qui c’è l’ortolano Giangio, che tiene le
mucche. Va’ da lui e troverai il latte che cerchi. —
Pinocchio andò di corsa a casa dell’ortolano Giangio:
ma l’ortolano gli disse:
— Quanto ne vuoi del latte?
— Ne voglio un bicchiere pieno.
— Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto a darmi un
soldo.
— Non ho nemmeno un centesimo — rispose
Pinocchio tutto mortificato e dolente.
— Male, burattino mio — replicò l’ortolano. — Se tu non
hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.
— Pazienza! — disse Pinocchio, e fece
l’atto di andarsene.
— Aspetta un po’ — disse Giangio. — Fra te e me ci
possiamo accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo?
— Che cos’è il bindolo?
— Gli è quell’ordigno di legno, che serve a
tirar su l’acqua dalla cisterna per annaffiare gli ortaggi.
Mi proverò...
— Dunque, tirami su cento secchie d’acqua, e io
ti regalerò in compenso un bicchiere di latte.
— Sta bene. —
Giangio condusse il burattino nell’orto e gl’insegnò
la maniera di girare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima
di aver tirato su le cento secchie d’acqua, era tutto grondante di sudore dalla
testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l’aveva durata mai.
— Finora questa fatica di girare il bindolo
— disse l’ortolano — l’ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel
povero animale è in fin di vita.
— Mi menate a vederlo? — disse Pinocchio.
— Volentieri. —
Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un
bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro.
Quando l’ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sé, turbandosi:
— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è
fisonomia nuova! —
E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino:
— Chi sei? —
A questa domanda, il ciuchino aprì gli occhi
moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto:
— Sono Lu...ci...gno...lo... —
E dopo richiuse gli occhi e spirò.
— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio a
mezza voce: e presa una manciata di paglia, si rasciugò una lacrima che gli
colava giù per il viso.
— Ti commuovi tanto per un asino che non ti costa nulla? — disse
l’ortolano. — Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti?
— Vi dirò... era un mio amico!...
— Tuo amico?
— Un mio compagno di scuola!...
— Come?! — urlò Giangio dando in una gran risata. — Come?!
avevi dei somari per compagni di scuola?... Figuriamoci i begli studi che devi
aver fatto!... —
Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma
prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna.
E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi
a levarsi ogni mattina, prima dell’alba, per andare a girare il bindolo, e
guadagnare così quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute
cagionosa del suo babbo. Né si contentò di questo: perché a tempo avanzato,
imparò a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che
ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere.
Fra le altre cose, costruì da sé stesso un elegante carrettino per condurre a
spasso il suo babbo nelle belle giornate, e per fargli prendere una boccata
d’aria.
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva
comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale
mancavano il frontespizio e l’indice, e con quello faceva la sua lettura.
Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non
avendo né calamajo né inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di
sugo di more e di ciliege.
Fatto sta, che con la sua buona volontà d’ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi
avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore
sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte anche quaranta
soldi per comprarsi un vestitino nuovo.
Una mattina disse a suo padre:
— Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un
berrettino e un pajo di scarpe. Quando tornerò a casa — soggiunse ridendo
— sarò vestito così bene, che mi scambierete per un gran signore. —
E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e
contento. Quando a un tratto sentì chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una
bella lumaca che sbucava fuori dalla siepe.
— Non mi riconosci? — disse la Lumaca.
— Mi pare e non mi pare...
— Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per
cameriera con la Fata dai capelli turchini? non ti rammenti di quella volta,
quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell’uscio
di casa?
— Mi rammento di tutto — gridò Pinocchio.
— Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata?
che fa? mi ha perdonato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre bene? è molto
lontana di qui? potrei andare a trovarla? —
A tutte queste domande, fatte precipitosamente e
senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma.
— Pinocchio mio! La povera Fata giace in un
fondo di letto allo spedale!...
— Allo spedale?...
— Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata,
e non ha più da comprarsi un boccon di pane.
— Davvero?... Oh! che gran dolore che mi hai
dato! Oh! povera Fatina! povera Fatina! povera Fatina!... Se avessi un milione,
correrei a portarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi... eccoli qui:
andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va’ a portarli
subito alla mia buona Fata.
— E il tuo vestito nuovo?...
— Che m’importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che
ho addosso, per poterla ajutare! Va’, Lumaca, e spicciati: e fra due giorni
ritorna qui, ché spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato
per mantenere il mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per
mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti
aspetto. —
La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una lucertola
nei grandi solleoni d’agosto.
Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò:
— E il vestito nuovo?
— Non m’è stato possibile di trovarne uno che mi
tornasse bene. Pazienza!... Lo comprerò un’altra volta. —
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle
dieci, vegliò fino alla mezzanotte sonata: e invece di far otto canestri di
giunco, ne fece sedici.
Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in
sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio,
gli disse così :
— «Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono
tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono
amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità,
meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati
come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e
sarai felice». —
A questo punto il sogno finì , e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi
spalancati.
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia
quando, svegliandosi, si accòrse che non era più un burattino di legno. ma che
era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dètte un’occhiata
all’intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una
bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante.
Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto
nuovo e un pajo di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
Appena si fu vestito, gli venne fatto naturalmente di
mettere le mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul
quale erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al
suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore».
Aperto il portafoglio, invece deisoldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di
zecca.
Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve
d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di
legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli
castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua
di rose.
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si
succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era
desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.
— E il mio babbo dov’è? — gridò tutt’a un
tratto: ed entrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo
e di buon umore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua
professione d’intagliatore, stava appunto disegnando una bellissima cornice
ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali.
— Levatemi una curiosità, babbino: ma come si
spiega tutto questo cambiamento improvviso? — gli domandò Pinocchio
saltandogli al collo e coprendolo di baci.
— Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo
—disse Geppetto.
— Perché merito mio?...
— Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano
buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche
all’interno delle loro famiglie.
— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
— Eccolo là — rispose Geppetto: e gli
accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una
parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a
mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe
guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:
— Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come
ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!... —
Tratto da: Storia di un burattino. Pubblicato a puntate su "Il giornale per bambini" dal 7 luglio 1881 al 25 febbraio 1883
[Leggi la cronologia della stesura di Pinocchio]