8 novembre 2011
Tags : Pinocchio
Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXV
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane... chi
ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.
Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse
brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del
Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che
vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera
d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di
pesce fritto, che gli pareva d’essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva
rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu
arrivato... che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola
tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di
cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse
di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni
pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli
scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata,
che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere,
voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle
parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un
grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto,
cominciò a urlare:
— Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio
più, mai più, mai più!
— Dunque gli occhi mi dicono il vero? — replicò il vecchietto
stropicciandosi gli occhi — Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
— Sì , sì , sono io, proprio io! E voi mi avete
digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare
che io, invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e
quante cose mi sono andate a traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero
babbino, col vendere la vostra casacca, mi compraste l’Abbecedario per andare a
scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinajo mi voleva mettere sul
fuoco perché gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dètte
cinque monete d’oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il
Gatto, che mi condussero all’Osteria del Gambero Rosso, dove mangiarono come
lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi
dietro, e io via, e loro dietro, e io via, e loro sempre dietro, e io via,
finché m’impiccarono a un ramo della Quercia Grande, dovecché la bella Bambina
dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando
m’ebbero visitato, dissero subito: — «Se non è morto, è segno che è sempre vivo»
— e allora mi scappò detta una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi
passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col
Gatto a sotterrare le quattro monete d’oro, che una l’avevo spesa all’Osteria,
e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più
nulla, la quale il Giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito
mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir
via, vidi un bel grappolo d’uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e
il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la
guardia al pollajo, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il
Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una
vena sul petto, e così ritornai alla casa della bella Bambina, che era morta, e
il Colombo vedendo che piangevo mi disse: — «Ho visto il tu’ babbo che si
fabbricava una barchettina per venirti a cercare» — e io gli dissi — «Oh! se
avessi l’ali anch’io» — e lui mi disse — «Vuoi venire dal tuo babbo?» — e io
gli dissi — «Magari! ma chi mi ci porta?» — e lui mi disse — «Ti ci porto io» —
e io gli dissi — «Come?» — e lui mi disse — «Montami sulla groppa» — e così abbiamo
volato tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il
mare mi dissero — «C’è un pover’omo in una barchetta che sta per affogare» — e
io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci segno
di tornare alla spiaggia...
— Ti riconobbi anch’io — disse Geppetto — e sarei volentieri tornato
alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m’arrovesciò la
barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena che m’ebbe
visto nell’acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese
pari pari, e m’inghiottì come un tortellino di Bologna.
— E quant’è che siete chiuso qui dentro? —
domandò Pinocchio.
— Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni,
Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli!
— E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i
fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?
— Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere
che quella medesima burrasca, che rovesciò la mia barchetta, fece anche
affondare un bastimento mercantile. I marinaj si salvarono tutti, ma il
bastimento calò a fondo e il solito Pesce-cane che quel giorno aveva un
appetito eccellente, dopo avere inghiottito me, inghiottì anche il
bastimento...
— Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?... — domandò Pinocchio
maravigliato.
— Tutto in un boccone: e risputò solamente l’albero maestro, perché
gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel
bastimento era carico non solo di carne conservata in cassette di stagno, ma di
biscotto, ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d’uva secca, di
cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi
di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono
agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela,
che vedi accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta...
— E dopo?...
— E dopo, caro mio, rimarremo tutt’e due al bujo.
— Allora, babbino mio — disse Pinocchio — non c’è
tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire...
— A fuggire?... e come?
— Scappando dalla bocca del Pesce-cane e
gettandosi a nuoto in mare.
— Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare.
— E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio
sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino
alla spiaggia.
— Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto, scotendo il capo e
sorridendo malinconicamente. — Ti par egli possibile che un burattino, alto
appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle
spalle?
— Provatevi e vedrete! A ogni modo se sarà
scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di
morire abbracciati insieme. —
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti
per far lume, disse al suo babbo:
— Venite dietro a me, e non abbiate paura. —
E così camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto
il corpo e tutto lo stomaco del Pesce-cane. Ma giunti al punto dove cominciava
la spaziosa gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un’occhiata e
cogliere il momento opportuno alla fuga.
Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e soffrendo
d’asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta: per
cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté
vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo
stellato e un bellissimo lume di luna.
— Questo è il vero momento di scappare — bisbigliò allora voltandosi
al suo babbo. — Il Pesce-cane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si
vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo
salvi. —
Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in
quell’immensa bocca, cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua;
una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E
già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare,
quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì , e nello starnutire, dètte uno
scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati
all’indietro e scaraventati novamente in fondo allo stomaco del mostro.
Nel grand’urto della caduta la candela si spense, e
padre e figliuolo rimasero al bujo.
— E ora?... — domandò Pinocchio facendosi serio.
— Ora, ragazzo mio, siamo bell’e perduti.
— Perché perduti? Datemi la mano, babbino, e
badate di non sdrucciolare!...
— Dove mi conduci?
— Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate
paura. —
Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre
in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi
traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però
di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:
— Montatemi a cavalluccio sulle spalle e
abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. —
Appena
Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliolo, il bravo
Pinocchio, sicuro del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare. Il
mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e
il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe
svegliato nemmeno una cannonata.