8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXIV
Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e
ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è
ingojato dal terribile Pesce-cane.
Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott’acqua,
il compratore disse, discorrendo da sé solo:
— A quest’ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell’e
affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel
tamburo. —
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba:
e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d’acqua... indovinate?
Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo,
che scodinzolava come un’anguilla.
Vedendo quel burattino di legno, il pover’uomo credé di sognare e rimase
lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse
piangendo e balbettando:
— E il ciuchino che ho gettato in mare dov’è?...
— Quel ciuchino son io! — rispose il burattino,
ridendo.
— Tu?
— Io.
— Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?
— Burlarmi di voi? Tutt’altro, caro padrone: io
vi parlo sul serio.
— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando
nell’acqua, sei diventato un burattino di legno?...
— Sarà effetto dell’acqua del mare. Il mare ne
fa di questi scherzi.
— Bada burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie
spalle! Guai a te, se mi scappa la pazienza!
— Ebbene, padrone; volete sapere tutta la vera
storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò. —
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di
conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva
legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell’aria, prese a
dirgli così :
— Sappiate dunque che io ero un burattino di legno, come sono oggi:
ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo
ce n’è tanti: se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai
cattivi compagni, scappai di casa... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai
cambiato in un somaro con tanto d’orecchi... e con tanto di coda!... Che
vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant’Antonio
benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato
degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si
messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatore di cerchi: ma
una sera, durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata e rimasi
zoppo da tutt’e due le gambe. Allora il Direttore, non sapendo che cosa farsi
d’un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!...
— Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora
chi mi rende i miei poveri venti soldi?
— E perché mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la
mia pelle un tamburo!... un tamburo!...
— Pur troppo! E ora dove troverò un’altra pelle?...
— Non vi date alla disperazione, padrone. Dei
ciuchini ce n’è tanti in questo mondo!
— Dimmi, monello impertinente; e la tua storia finisce qui?
— No — rispose il burattino — ci sono altre due
parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo
per uccidermi, ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d’umanità, avete
preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo
sentimento di delicatezza vi onora moltissimo e io ve ne serberò eterna
riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti
senza la Fata...
— E chi è questa Fata?
— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che
vogliono un gran bene ai loro ragazzi, e non li perdono mai d’occhio, e li
assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le
loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di esser
abbandonati e lasciati in balì a a sé stessi. Dicevo, dunque, che la buona
Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno a me un
branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell’e morto,
cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che
i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi!... Chi mi mangiò gli orecchi,
chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe,
chi la pelliccia della schiena... e, fra gli altri, vi fu un pesciolino così garbato,
che si degnò perfino di mangiarmi la coda.
— Da oggi in poi — disse il compratore inorridito — faccio giuro di
non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia
o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
— Io la penso come voi — replicò il burattino,
ridendo. — Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di
mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi,
arrivarono, com’è naturale, all’osso... o per dir meglio, arrivarono al legno,
perché, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dati i primi
morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che il legno non era ciccia per
i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua,
chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie. Ed eccovi raccontato come
qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d’un
ciuchino morto.
— Io mi rido della tua storia — gridò il compratore imbestialito. —
Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai
che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno
stagionato per accendere il fuoco nel caminetto.
— Rivendetemi pure: io sono contento — disse
Pinocchio.
Ma nel dir così , fece un bel salto e schizzò in
mezzo all’acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia,
gridava al povero compratore:
— Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo,
ricordatevi di me. —
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro,
urlava più forte:
— Addio, padrone; se avete bisogno di un po’ di legno stagionato per
accendere il caminetto, ricordatevi di me. —
Fatto sta che in un batter d’occhio si era tanto
allontanato, che non si vedeva quasi più; ossia, si vedeva solamente sulla
superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe
fuori dell’acqua e faceva capriòle e salti, come un delfino in vena di buon
umore.
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in
mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo
scoglio, una bella caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di
avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della
caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di più colori, come quella
delle altre capre, era invece tutta turchina, ma d’un turchino così sfolgorante,
che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio
cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si diè a
nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quand’ecco uscir
fuori dell’acqua e venirgli incontro un’orribile testa di mostro marino, con la
bocca spalancata come una voragine, e tre filari di zanne, che avrebbero fatto
paura anche a vederle dipinte.
E sapete chi era quel mostro marino?
Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pesce-cane
ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua
insaziabile voracità, veniva soprannominato «l’Attila dei pesci e dei
pescatori».
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio, alla
vista del mostro. Cercò di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma
quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di
una saetta.
— Affrettati, Pinocchio, per carità! — gridava
belando la bella caprettina.
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le
gambe e coi piedi.
— Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!... —
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze,
raddoppiava di lena nella corsa.
— Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!...
Eccolo!... Affrettati per carità, o sei perduto!... —
E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, e
via, e via, come anderebbe una palla di fucile. E già si accostava allo
scoglio, e già la caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue
zampine davanti per aiutarlo a uscir fuori dell’acqua... Ma!...
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il
mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe
bevuto un uovo di gallina, e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta
avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, batté un colpo così
screanzato da restarne sbalordito per un quarto d’ora.
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non
sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sé c’era da
ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di
essere entrato col capo in un calamaio pieno d’inchiostro.
Stette in ascolto e non sentì nessun rumore:
solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di
vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì
che usciva dai polmoni del mostro. Perché bisogna sapere che il Pesce-cane
soffriva moltissimo d’asma, e quando respirava, pareva proprio che soffiasse la
tramontana.
Pinocchio, sulle prime, s’ingegnò di farsi un po’ di
coraggio: ma quand’ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al
mostro marino, allora cominciò a piangere e a strillare; e piangendo diceva:
— Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c’è nessuno
che venga a salvarmi?
— Chi vuoi che ti salvi, disgraziato?... — disse in quel buio una
vociaccia fessa di chitarra scordata.
— Chi è che parla così ? — domandò Pinocchio, sentendosi gelare
dallo spavento.
— Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme
con te. E tu che pesce sei?
— Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino.
— E allora, se non sei un pesce, perché ti sei
fatto inghiottire dal mostro?
— Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha
inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?...
— Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci
abbia digeriti tutti e due!...
— Ma io non voglio esser digerito! — urlò Pinocchio, ricominciando a
piangere.
— Neppure io vorrei esser digerito! — soggiunse
il Tonno — ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si
nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!...
— Scioccherie! — gridò Pinocchio.
— La mia è un’opinione — replicò il Tonno — e le
opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
— Insomma... io voglio andarmene di qui... io
voglio fuggire...
— Fuggi, se ti riesce!...
— È molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? — domandò
il burattino.
— Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro senza
contare la coda. —
Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di
veder lontan lontano una specie di chiarore.
— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano
lontano? — disse Pinocchio.
— Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà come noi
il momento di esser digerito!...
— Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse
qualche vecchio pesce capace d’insegnarmi la strada per fuggire?
— Io te l’auguro di cuore, caro burattino.
— Addio, Tonno.
— Addio, burattino: e buona fortuna.
— Dove ci rivedremo?...
— Chi
lo sa?... È meglio non pensarci neppure! —