8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXIII
Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo
compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e
a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per
far con la sua pelle un tamburo.
Vedendo che la porta non si apriva, l’Omino la
spalancò con un violentissimo calcio: ed entrato nella stanza, disse col suo
solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito riconosciuti
alla voce. E per questo eccomi qui. —
A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con
gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
Da principio l’Omino li lisciò, li accarezzò, li
palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò a strigliarli per bene. E
quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora
messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza
di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare.
Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era
morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al Direttore di una
compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo comprò per
ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie
della compagnia.
E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che
faceva l’Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva la fisonomia tutta di
latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo:
strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati,
che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro,
li conduceva nel «Paese dei balocchi» perché passassero tutto il loro tempo in
giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi,
a furia di baloccarsi sempre e di non studiar mai, diventavano tanti ciuchini,
allora tutto allegro e contento s’impadroniva di loro e li portava a vendere
sulle fiere e su i mercati. E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini
ed era diventato milionario.
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che Pinocchio
andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli
empì la greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una boccata, la
risputò.
Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia
di fieno: ma neppure il fieno gli piacque.
— Ah! non ti piace neppure il fieno? — gridò il padrone imbizzito. —
Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penserò io a
levarteli!... —
E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.
Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a
ragliare, e ragliando disse:
— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...
— Allora mangia il fieno! — replicò il padrone,
che intendeva benissimo il dialetto asinino.
— J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...
— Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo,
lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? — soggiunse il
padrone arrabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una seconda frustata.
A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si
chetò subito e non disse altro.
Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perché erano molte
ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande appetito. E,
sbadigliando, spalancava la bocca che pareva un forno.
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si
rassegnò a masticare un po’ di fieno: e dopo averlo masticato ben bene, chiuse
gli occhi e lo tirò giù.
— Questo fieno non è cattivo — poi disse dentro di sé — ma quanto
sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest’ora, invece
di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame!
Pazienza!... —
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po’ di
fieno; ma non lo trovò, perché l’aveva mangiato tutto nella notte.
Allora prese una boccata di paglia tritata; e in quel
mentre che la stava masticando, si dové persuadere che il sapore della paglia
tritata non somigliava punto né al risotto alla milanese né ai maccheroni alla
napoletana.
— Pazienza! — ripeté, continuando a masticare. —
Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti
e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!...
— Pazienza un corno! — urlò il padrone, entrando
in quel momento nella stalla. — Credi forse, mio bel ciuchino, ch’io ti abbia
comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perché
tu lavori e perché tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da
bravo! Vieni con me nel Circo e là ti insegnerò a saltare i cerchi, a rompere
col capo le botti di foglio e a ballare il valzer e la polca, stando ritto sulle
gambe di dietro. —
Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, dové imparare tutte queste
bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte
frustate da levare il pelo.
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone poté annunziare uno
spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati
alle cantonate delle strade, dicevano così :
Quella sera, come potete figurarvelo, un’ora prima
che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.
Non si trovava più né una poltrona, né un posto
distinto, né un palco, nemmeno a pagarlo a peso d’oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di
bambine e di ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la
smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore
della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni
di pelle fin sopra ai ginocchi, si presentò all’affollatissimo pubblico e,
fatto un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente sprositato
discorso:
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
«L’umile sottoscritto essendo di passaggio per questa
illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l’onore nonché il piacere di
presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che
ebbe già l’onore di ballare al cospetto di Sua Maestà l’imperatore di tutte le
principali Corti d’Europa.
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e
compatiteci!»
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi; ma gli
applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del
ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa. Aveva
una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d’ottone; due camelie
bianche agli orecchi: la criniera divisa in tanti riccioli legati con
fiocchettini di seta rossa: una gran fascia d’oro e d’argento attraverso alla
vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era
insomma un ciuchino da innamorare!
Il Direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi
menzogna delle grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare
questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle
pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi da’
suoi occhi, conciossiaché essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per
addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere
all’affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi da
lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l’animo. Io però, seguendo il
sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea, che la
stessa Facoltà medicea di Parigi riconobbe esser quello il bulbo rigeneratore
dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel
ballo, nonché nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.
Ammiratelo! e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi,
permettete, o signori, che io vi inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma
nell’apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo,
invece di domani sera, sarà posticipato a domattina, alle oreantimeridiane del pomeriggio».
E qui il Direttore fece un’altra profondissima
riverenza: quindi volgendosi a Pinocchio, gli disse:
— Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai
vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e
ragazzi! —
Pinocchio, ubbidiente, piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase
inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non gli
gridò:
— Al passo! —
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e
cominciò a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
— Al trotto! — e Pinocchio, ubbidiente al
comando, cambiò il passo in trotto.
— Al galoppo! — e Pinocchio staccò il galoppo.
— Alla carriera! — e Pinocchio si dètte a
correre di gran carriera. Ma in quella che correva come un barbero, il
Direttore, alzando il braccio in aria, scaricò un colpo di pistola.
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde
disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero.
Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di
applausi, d’urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto
naturalmente di alzare la testa e di guardare in su... e guardando, vide in un
palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d’oro dalla
quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c’era dipinto il ritratto d’un
burattino.
— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la
Fata! — disse dentro di sé Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi
vincere dalla gran contentezza, si provò a gridare:
— Oh Fatina mia! oh Fatina mia!... —
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un
raglio così sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e
segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli
intendere che non è buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico,
gli diè col manico della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua,
durò a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse così di
rasciugarsi il dolore che aveva sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda
volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di
lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno
degli altri, il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a
questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi. —
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che
arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più
comodamente di sotto. Alla fine spiccò un salto e l’attraversò: ma le gambe di
dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui
ricadde in terra dall’altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a malapena poté
ritornare alla scuderia.
— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! —
gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più
rivedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle
bestie, quando l’ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la
vita.
Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
— Che vuoi tu che mi faccia d’un somaro zoppo?
Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore,
il quale domandò al garzone di stalla:
— Quanto vuoi di codesto ciuchino zoppo?
— Venti lire.
— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo
compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la
pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda
musicale del mio paese. —
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti
soldi, condusse il ciuchino sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e
legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè improvvisamente
uno spintone e lo gettò nell’acqua.
Pinocchio, con quel macigno al collo, andò subito a
fondo: e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere
sopra uno scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire
affogato, per poi scorticarlo e levargli la pelle.