8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXII
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi
diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.
— E questa sorpresa quale fu?
— Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che a
Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e
nel grattarsi il capo si accòrse...
Indovinate un po’ di che cosa si accòrse?
Si accòrse con suo grandissimo stupore, che gli
orecchi gli erano cresciuti più d’un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini
piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure!
Immaginatevi dunque come restò, quando dové toccar con mano che i suoi orecchi,
durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule.
Andò subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando
uno specchio, empì d’acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro,
vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine
abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la
disperazione del povero Pinocchio!
Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa
nel muro:ma quanto più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano,
crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima.
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella
stanza una bella Marmottina, che abitava al piano di sopra: la quale, vedendo
il burattino in così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
— Che cos’hai, mio caro casigliano?
— Sono malato, Marmottina mia, molto malato... e
malato d’una malattia che mi fa paura! Te ne intendi tu del polso?
— Un pochino.
— Senti dunque se per caso avessi la
febbre. —
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso
a Pinocchio, gli disse sospirando:
— Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...
— Cioè?
— Tu hai una gran brutta febbre!
— E che febbre sarebbe?
— È la febbre del somaro.
— Non la capisco questa febbre! — rispose il burattino, che l’aveva
pur troppo capita.
— Allora te la spiegherò io — soggiunse la Marmottina. — Sappi
dunque che fra due o tre ore tu non sarai più né un burattino, né un ragazzo...
— E che cosa sarò?
— Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino
vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e
l’insalata al mercato.
— Oh! povero me! povero me! — gridò Pinocchio pigliandosi con le
mani tutt’e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come
se fossero gli orecchi di un altro.
— Caro mio, — replicò la Marmottina per consolarlo — che cosa ci
vuoi tu fare? Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i
maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti,
debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.
— Ma davvero è proprio così ? — domandò
singhiozzando il burattino.
— Pur troppo è così ! E ora i pianti sono inutili. Bisognava
pensarci prima!
— Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di
Lucignolo!...
— E chi è questo Lucignolo?
— Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo
essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... ma
Lucignolo mi disse: — «Perché vuoi tu annoiarti a studiare? perché vuoi andare
alla scuola?... Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi: lì non
studieremo più; lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre
allegri».
— E perché seguisti il consiglio di quel falso
amico? di quel cattivo compagno?
— Perché?... perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza
giudizio... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei
mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma e che
aveva fatto tanto per me!... e a quest’ora non sarei più un burattino... ma
sarei invece un ragazzino ammodo, come ce n’è tanti! Oh!... ma se incontro
Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta!... —
E fece l’atto di volere uscire. Ma quando fu sulla
porta, si ricordò che aveva gli orecchi d’asino, e vergognandosi di mostrarli
in pubblico, che cosa inventò? Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo
in testa, se lo ingozzò fin sotto la punta del naso.
Poi uscì : e si dètte a cercare Lucignolo da per
tutto. Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non
lo trovò. Ne chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l’aveva
veduto.
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta,
bussò.
— Chi è? — domandò Lucignolo di dentro.
— Sono io! — rispose il burattino.
— Aspetta un poco, e ti aprirò. —
Dopo mezz’ora la porta si aprì : e figuratevi come
restò Pinocchio quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con
un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi
consolarsi e pensò subito dentro di sé:
— Che l’amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia
anche lui la febbre del ciuchino?... —
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:
— Come stai, mio caro Lucignolo?
— Benissimo: come un topo in una forma di cacio
parmigiano.
— Lo dici proprio sul serio?
— E perché dovrei dirti una bugia?
— Scusami, amico: e allora perché tieni in capo
codesto berretto di cotone che ti cuopre tutti gli orecchi?
— Me l’ha ordinato il medico, perché mi son
fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio, perché porti codesto berretto
di cotone ingozzato fin sotto il naso?
— Me l’ha ordinato il medico, perché mi sono sbucciato un piede.
— Oh! povero Pinocchio!...
— Oh! povero Lucignolo!...
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio,
durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di
canzonatura.
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e
flautata, disse al suo compagno:
— Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di
malattia agli orecchi?
— Mai!... E tu?
— Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio che mi fa
spasimare.
— Ho lo stesso male anch’io.
— Anche tu?... E qual è l’orecchio che ti duole?
— Tutti e due. E tu?
— Tutti e due. Che sia la medesima malattia?
— Ho paura di sì .
— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
— Volentieri! Con tutto il cuore.
— Mi fai vedere i tuoi orecchi?
— Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro
Pinocchio.
— No: il primo devi essere tu.
— No, carino! Prima tu, e dopo io!
— Ebbene, — disse allora il burattino — facciamo
un patto da buoni amici.
— Sentiamo il patto.
— Leviamoci tutti e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
— Accetto.
— Dunque attenti!
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
— Uno! Due! Tre! —
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro
berretti di capo e li gettarono in aria.
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera.
Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due
dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono
ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille
sguaiataggini finirono col dare in una bella risata.
E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo:
se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt’a un tratto si chetò, e
barcollando e cambiando di colore, disse all’amico:
— Aiuto, aiuto, Pinocchio!
— Che cos’hai?
— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle
gambe.
— Non mi riesce più neanche a me — gridò
Pinocchio, piangendo e traballando.
E mentre dicevano così , si piegarono tutti e due carponi a terra e,
camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la
stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi
si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame
grigiolino chiaro brizzolato di nero.
Ma il momento più brutto per que’ due sciagurati sapete quando fu? Il
momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di
dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a
piangere e a lamentarsi del loro destino.
Non l’avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori
dei ragli asinini; e ragliando sonoramente, facevano tutti e due in coro: j-a,
j-a, j-a.
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce
di fuori disse:
— Aprite! Sono l’Omino, sono il conduttore del
carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, o guai a voi! —