8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXXI
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran
maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un
ciuchino, con la coda e tutto.
Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più
piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della
medesima grandezza, ma di diverso pelame.
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e
altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.
Ma la cosa più singolare era questa: che quelle
dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di esser ferrati come
tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da
uomo fatti di pelle bianca.
E il conduttore del carro?...
Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla
di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce
sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore
della padrona di casa.
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a
gara nel montare sul suo carro, per esser condotti da lui in quella vera
cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’
balocchi».
Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti
fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri come tante
acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi
respirare: ma nessuno diceva ohi! nessuno si lamentava. La consolazione di
sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c’erano né
libri, né scuola, né maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non
sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la fame, né la sete, né il sonno.
Appena che il carro si fu fermato, l’Omino si volse a
Lucignolo, e con mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo:
— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu
in quel fortunato paese?
— Sicuro che ci voglio venire.
— Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c’è più posto. Come
vedi, è tutto pieno!...
— Pazienza! — replicò Lucignolo — se non c’è posto dentro, mi
adatterò a star seduto sulle stanghe del carro. —
E spiccato un salto, montò a cavalcioni sulle stanghe.
— E tu, amor mio — disse l’Omino volgendosi
tutto complimentoso a Pinocchio — che intendi fare? Vieni con noi o rimani?...
— Io rimango — rispose Pinocchio. — Io voglio
tornarmene a casa mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come
fanno tutti i ragazzi perbene.
— Buon pro ti faccia!
— Pinocchio! — disse allora Lucignolo. — Da’ retta a me: vieni con
noi, e staremo allegri.
— No, no, no!
— Vieni con noi e staremo allegri — gridarono altre quattro voci di
dentro al carro.
— Vieni con noi e staremo allegri — urlarono tutte insieme un
centinaio di voci.
— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? — disse il
burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico.
— Non ti fasciare il capo con tante malinconie.
Pensa che andiamo in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla
mattina alla sera! —
Pinocchio non rispose, ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi
un terzo sospiro: finalmente disse:
— Fatemi un po’ di posto: voglio venire anch’io!...
— I posti son tutti pieni — replicò l’Omino — ma
per mostrarti quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta...
— E voi?...
— E io farò la strada a piedi.
— No davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in
groppa a qualcuno di questi ciuchini! — gridò Pinocchio.
Detto fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della
prima pariglia, e fece l’atto di volerlo cavalcare: ma la bestiòla, voltandosi
a secco, gli dètte una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all’aria.
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di
tutti quei ragazzi presenti alla scena.
Ma l’Omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino
ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà
dell’orecchio destro.
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un
salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu così bello, che i
ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: viva Pinocchio! e a fare una
smanacciata di applausi, che non finivano più.
Quand’ecco che all’improvviso il ciuchino alzò tutte
e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il
povero burattino in mezzo alla strada, sopra un monte di ghiaia.
Allora grandi risate daccapo: ma l’Omino, invece di
ridere, si sentì preso da tanto amore per quell’irrequieto asinello che, con un
bacio, gli portò via di netto la metà di quell’altro orecchio. Poi disse al
burattino:
— Rimonta pure a cavallo, e non aver paura. Quel
ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli
orecchi, e spero di averlo reso mansueto e ragionevole. —
Pinocchio montò: e il carro cominciò a muoversi: ma
nel tempo che i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciottoli della
via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena
intelligibile, che gli disse:
— Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne
pentirai! —
Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da qual
parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il
carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un
ghiro e l’Omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti:
Tutti la notte dormono
E io non dormo mai...
Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la
solita vocina fioca che gli disse:
— Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e
voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai
balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata!...
Io lo so per prova!... e te lo posso dire! Verrà un giorno che piangerai anche
tu, come oggi piango io... ma allora sarà tardi!... —
A queste parole bisbigliate sommessamente, il
burattino, spaventato più che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura, e
andò a prendere il suo ciuchino per il muso.
E immaginatevi come restò, quando s’accòrse che il
suo ciuchino piangeva... e piangeva proprio come un ragazzo!
— Ehi, signor Omino, — gridò allora Pinocchio al
padrone del carro — sapete che cosa c’è di nuovo? Questo ciuchino piange.
— Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo.
— Ma che forse gli avete insegnato anche a
parlare?
— No: ha imparato da sé a borbottare qualche
parola, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.
— Povera bestia!...
— Via, via — disse l’Omino — non perdiamo il
nostro tempo a veder piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la nottata
è fresca e la strada è lunga. —
Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la
mattina, sul far dell’alba, arrivarono felicemente nel «Paese dei balocchi».
Questo paese non somigliava a nessun altro paese del
mondo. La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchi
avevanoquattordici anni: i più
giovani ne avevanootto appena.
Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillì o da levar di cervello!
Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi
alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno: questi
facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano: altri, vestiti da
pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i
salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe
in aria: chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll’elmo
di foglio e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava,
chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando
ha fatto l’ovo: insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano
indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere
assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di
ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte
col carbone delle bellissime cose come queste: viva i balocci! (invece di
balocchi): non vogliamo più schole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso
Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili.
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che
avevano fatto il viaggio coll’Omino, appena ebbero messo il piede dentro la
città, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti,
com’è facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice, chi
più contento di loro?
In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i
giorni, le settimane passavano come tanti baleni.
— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte
le volte che per caso s’imbatteva in Lucignolo.
— Vedi, dunque, se avevo ragione? — ripigliava
quest’ultimo. — E dire che tu non volevi partire! E pensare che t’eri messo in
capo di tornartene a casa dalla tua Fata, per prendere il tempo a
studiare!...
Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle
scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi
sono che i veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori.
— È vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento,
è tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di
te? Mi diceva sempre: — Non praticare quella birba di Lucignolo, perché
Lucignolo è un cattivo compagno e non può consigliarti altro che a far del
male!...
— Povero maestro! — replicò l’altro tentennando
il capo. — Lo so pur troppo che mi aveva a noia, e che si divertiva sempre a
calunniarmi; ma io sono generoso e gli perdono!
— Anima grande! — disse Pinocchio, abbracciando
affettuosamente l’amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
Intanto era
già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di
divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una
scuola; quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire,
una gran brutta sorpresa, che lo messe proprio di malumore.