8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXX
Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di
nascosto col suo amico Lucignolo per il «Paese dei balocchi».
Com’è naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il
permesso di andare in giro per la città a fare gl’inviti: e la Fata gli disse:
— Va’ pure a invitare i tuoi compagni per la
colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai
capito?
— Fra un’ora prometto di esser bell’e ritornato
— replicò il burattino.
— Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere, ma il più
delle volte, fanno tardi a mantenere.
— Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la
mantengo.
— Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto
peggio per te.
— Perché?
— Perché i ragazzi che non dànno retta ai consigli di chi ne sa più
di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.
— E io l’ho provato! — disse Pinocchio. — Ma ora
non ci ricasco più!
— Vedremo se dici il vero. —
Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la
sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì
fuori dalla porta di casa.
In poco più d’un’ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni
accettarono subito e di gran cuore: altri, da principio, si fecero un po’ pregare:
ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati
imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: — «Verremo anche
noi, per farti piacere».
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola,
ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma
tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino
asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un
lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la
scuola: ma Pinocchio gli voleva un bran bene. Difatti andò subito a cercarlo a
casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e
Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là,
finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
— Che cosa fai costì ? — gli domandò Pinocchio,
avvicinandosi.
— Aspetto [di] partire...
— Dove vai?
— Lontano, lontano, lontano!
— E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!...
— Che cosa volevi da me?
— Non sai il grande avvenimento? Non sai la
fortuna che mi è toccata?
— Quale?
— Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come
te, e come tutti gli altri.
— Buon pro ti faccia.
— Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.
— Ma se ti dico che parto questa sera.
— A che ora?
— Fra poco.
— E dove vai?
— Vado ad abitare in un paese... che è il più bel paese di questo
mondo: una vera cuccagna!...
— E come si chiama?
— Si chiama il «Paese dei balocchi». Perché non vieni anche tu?
— Io? no davvero!
— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non
vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri
ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri.
In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni
settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze
dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di
dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere
tutti i paesi civili!...
— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei balocchi»?
— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla
mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia
daccapo. Che te ne pare?
— Uhm!... — fece Pinocchio; e tentennò leggermente il capo, come
dire: — «È una vita che la farei volentieri anch’io!»
— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no?
Risolviti.
— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla
mia buona Fata di diventare un ragazzo per bene, e voglio mantenere la
promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e
scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.
— Dove corri con tanta furia?
— A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
— Aspetta altri due minuti.
— Faccio troppo tardi.
— Due minuti soli.
— E se poi la Fata mi grida?
— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben
bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo.
— E come fai? Parti solo o in compagnia?
— Solo? Saremo più di cento ragazzi.
— E il viaggio lo fate a piedi?
— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve
prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
— Che cosa pagherei che il carro passasse
ora!...
— Perché?
— Per vedervi partire tutti insieme.
— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
— No, no: voglio ritornare a casa.
— Aspetta altri due minuti.
— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in
pensiero per me.
— Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
— Ma dunque — soggiunse Pinocchio — tu sei
veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?...
— Neanche l’ombra.
— E nemmeno i maestri?
— Nemmen uno.
— E non c’è mai l’obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!
— Che bel paese! — disse Pinocchio, sentendo
venirsi l’acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me
lo figuro!...
— Perché non vieni anche tu?
— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata
di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.
— Dunque addio, e salutami tanto le scuole
ginnasiali!... e anche quelle liceali, se le incontri per la strada.
— Addio, Lucignolo: fa’ buon viaggio, divertiti e
rammentati qualche volta degli amici. —
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di
andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:
— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte
le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?
— Sicurissimo.
— Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano
principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?
— Di certissimo!
— Che bel paese! — ripeté Pinocchio, sputando
dalla soverchia consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta
e furia:
— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
— Addio.
— Fra quanto partirete?
— Fra poco!
— Sarei quasi quasi capace di aspettare.
— E la Fata?...
— Oramai ho fatto tardi!... e tornare a casa
un’ora prima o un’ora dopo, è lo stesso.
— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà
gridato ben bene, si cheterà. —
Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro
muoversi in lontananza un lumicino... e sentirono un suono di bubboli e uno
squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una
zanzara!
— Eccolo! — gridò Lucignolo, rizzandosi in
piedi.
— Chi è? — domandò sottovoce Pinocchio.
— È il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi
venire, sì o no?
— Ma è proprio vero — domandò il burattino — che in quel paese i
ragazzi non hanno mai l’obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!
— Che bel paese!... che
bel paese!... che bel paese!...