8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXIX
Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che
il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran
colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento.
Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella
padella, entrò nella grotta un grosso cane condotto là dall’odore acutissimo e
ghiotto della frittura.
— Passa via! — gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendo sempre
in mano il burattino infarinato.
Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la
coda, pareva che dicesse:
— Dammi un boccone di frittura e ti lascio in pace.
— Passa via, ti dico! — gli ripeté il pescatore;
e allungò la gamba per tirargli una pedata.
Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a
lasciarsi posar mosche sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mostrandogli
le sue terribili zanne.
In quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca che disse:
— Salvami, Alidoro! Se non mi salvi, son
fritto!... —
Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio, e si accòrse con sua
grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato che
il pescatore teneva in mano.
Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto
infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via
come un baleno!
Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che
egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane; ma fatti
pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dové tornarsene indietro.
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che
conduceva al paese, si fermò e posò delicatamente in terra l’amico Pinocchio.
— Quanto ti debbo ringraziare! — disse il
burattino.
— Non c’è bisogno — replicò il cane — tu
salvasti me, e quel che è fatto è reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi
l’uno coll’altro.
— Ma come mai sei capitato in quella grotta?
— Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più
morto che vivo, quando il vento mi ha portato da lontano un odorino di
frittura. Quell’odorino mi ha stuzzicato l’appetito, e io gli sono andato
dietro. Se arrivavo un minuto più tardi!...
— Non me lo dire! — urlò Pinocchio che tremava ancora dalla paura —
Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest’ora io ero bell’e
fritto, mangiato e digerito. Brrr! mi vengono i brividi soltanto a
pensarvi!... —
Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale
gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono.
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio,
rimasto solo, andò a una capanna lì poco distante, e domandò a un vecchietto
che stava sulla porta a scaldarsi al sole:
— Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel
capo e che si chiamava Eugenio?
— Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questa capanna,
e ora...
— Ora sarà morto!... — interruppe Pinocchio, con
gran dolore.
— No: ora è vivo, ed è già ritornato a casa sua.
— Davvero?... davvero?... — gridò il burattino,
saltando dall’allegrezza — Dunque la ferita non era grave?...
— Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale,
— rispose il vecchietto — perché gli tirarono nel capo un grosso libro rilegato
in cartone.
— E chi glielo tirò?
— Un suo compagno di scuola: un certo
Pinocchio...
— E chi è questo Pinocchio? — domandò il
burattino facendo lo gnorri.
— Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo...
— Calunnie! Tutte calunnie!
— Lo conosci tu questo Pinocchio?
— Di vista! — rispose il burattino.
— E tu che concetto ne hai? — gli chiese il
vecchietto.
— A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di
voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua
famiglia... —
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si toccò
il naso e si accòrse che il naso gli era allungato più d’un palmo. Allora tutto
impaurito cominciò a gridare:
— Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto;
perché conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch’io che è davvero un
ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a scuola,
va coi compagni a fare lo sbarazzino! —
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso
raccorcì e tornò della grandezza naturale, come era prima.
— E perché sei tutto bianco a codesto modo? —
gli domandò a un tratto il vecchietto.
— Vi dirò... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che
era imbiancato di fresco — rispose il burattino, vergognandosi a raccontare che
lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella.
— O della tua giacchetta, de’ tuoi calzoncini e
del tuo berretto, che cosa ne hai fatto?
— Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. Dite, buon vecchio,
non avreste per caso da darmi un po’ di vestituccio, tanto perché io possa
ritornare a casa?
— Ragazzo mio; in quanto a vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto,
dove ci tengo i lupini. Se lo vuoi, piglialo: eccolo là. —
E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese
subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici
una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò a uso camicia.
E vestito leggerino a quel modo, si avviò verso il paese.
Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo;
tant’è vero che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da sé
solo, andava dicendo:
— Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi
vedrà?... Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me
la perdona!... oh! non me la perdona di certo... E mi sta il dovere: perché io
sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo
mai!... —
Arrivò al paese che era già notte buia; e perché faceva tempaccio e
l’acqua veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata
coll’animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire.
Ma, quando fu lì , sentì mancarsi il coraggio, e
invece di bussare, si allontanò, correndo, una ventina di passi. Poi tornò una
seconda volta alla porta, e non concluse nulla: poi si avvicinò una terza
volta, e nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano e
bussò un piccolo colpettino.
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz’ora si aprì una finestra
dell’ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi
una grossa lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse:
— Chi è a quest’ora? — La Fata è in casa? — domandò il burattino.
— La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma
tu chi sei?
— Sono io!
— Chi io?
— Pinocchio.
— Chi Pinocchio?
— Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
— Ah! ho capito; — disse la Lumaca — aspettami
costì , ché ora scendo giù e ti apro subito.
— Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal
freddo.
— Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache
non hanno mai fretta. —
Intanto passò un’ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui
Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall’acqua che aveva addosso,
si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano
di sotto e si affacciò la solita lumaca.
— Lumachina bella — gridò Pinocchio dalla strada — sono due ore che
aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due anni.
Spicciatevi, per carità.
— Ragazzo mio, — gli rispose dalla finestra quella bestiòla tutta
pace e tutta flemma — ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno
mai fretta. —
E la finestra si richiuse.
Di lì a poco sonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo
mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente
della porta per bussare un colpo da far rintronare tutto il casamento: ma il
battente che era di ferro, diventò a un tratto un’anguilla viva, che
sgusciandogli dalle mani sparì in un rigagnolo d’acqua che scorreva in mezzo
alla strada.
— Ah! sì ? — gridò Pinocchio sempre più accecato
dalla collera. — Se il battente è sparito, io seguiterò a bussare a furia di
calci. —
E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una solennissima pedata
nell’uscio della casa. Il colpo fu così forte, che il piede penetrò nel legno
fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo fuori, fu tutta fatica
inutile: perché il piede c’era rimasto conficcato dentro, come un chiodo
ribadito.
Figuratevi il povero Pinocchio! Dové passare tutto il
resto della notte con un piede in terra e con quell’altro per aria.
La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta
si aprì . Quella brava bestiòla della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino
all’uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire
che avesse fatto una sudata.
— Che cosa fate con codesto piede conficcato nell’uscio? — domandò
ridendo al burattino.
— È stata una disgrazia. Vedete un po’, Lumachina bella, se vi
riesce di liberarmi da questo supplizio.
— Ragazzo mio, costì ci vuole un legnaiolo, e io non ho fatto mai la
legnaiola.
— Pregate la Fata da parte mia!...
— La Fata dorme e non vuol essere svegliata.
— Ma che cosa volete che io faccia inchiodato
tutto il giorno a questa porta?
— Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.
— Portatemi almeno qualche cosa da mangiare,
perché mi sento rifinito.
— Subito! — disse la Lumaca.
Difatti dopo tre ore e mezzo, Pinocchio la vide tornare con un vassoio
d’argento in capo. Nel vassoio c’era un pane, un pollastro arrosto e quattro
albicocche mature.
— Ecco la colazione che vi manda la Fata — disse la Lumaca.
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì
consolarsi tutto. Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a
mangiare, si dové accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e
le quattro albicocche di alabastro, colorite, come se fossero vere.
Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione,
voleva buttar via il vassoio e quel che c’era dentro; ma invece, o fosse il
gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e
la Fata era accanto a lui.
— Anche per questa volta ti perdono — gli disse la Fata — ma guai a
te, se me ne fai un’altra delle tue!...
Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto
sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell’anno. Difatti agli
esami delle vacanze, ebbe l’onore di essere il più bravo della scuola; e i suoi
portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e soddisfacenti, che la
Fata, tutta contenta, gli disse:
— Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato!
— Cioè?
— Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un
ragazzo perbene. —
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto
sospirata, non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola
dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della
Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto
preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di
dentro e di fuori. Quella giornata prometteva di riuscire molto bella e molto
allegra: ma...
Disgraziatamente, nella vita dei burattini, c’è
sempre un ma, che sciupa ogni cosa.