8 novembre 2011
Tags : Pinocchio
Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXVI
Pinocchio va co’ suoi compagni di scuola in riva al
mare, per vedere il terribile Pesce-cane.
Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro
entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi
gli faceva uno scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto di mano: chi gli
tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll’inchiostro due
grandi baffi sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai
piedi e alle mani, per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente,
sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si
pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro:
— Badate, ragazzi: io non son venuto qui per
essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato.
— Bravo berlicche! Hai parlato come un libro
stampato! — urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di
loro, più impertinente degli altri, allungò la mano coll’idea di prendere il
burattino per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba
sotto la tavola e gli consegnò una pedata negli stinchi.
— Ohi! che piedi duri! — urlò il ragazzo stropicciandosi il livido
che gli aveva fatto il burattino.
— E che gomiti!... anche più duri dei piedi! — disse un altro che,
per i suoi scherzi sguaiati, s’era beccata una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata,
Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola:
e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un ben dell’anima.
E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva
attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre
l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare
troppi compagni: e fra questi, c’erano molti monelli conosciutissimi per la
loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la
buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli più volte:
— Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di
scuola finiranno prima o poi col farti perdere l’amore allo studio e, forse
forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
— Non c’è pericolo! — rispondeva il burattino,
facendo una spallucciata, e toccandosi coll’indice in mezzo alla fronte, come
per dire: «C’è tanto giudizio qui dentro!»
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola, incontrò
un branco dei soliti compagni, che, andandogli incontro, gli dissero:
— Sai la gran notizia?
— No.— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una
montagna.
— Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane
di quando affogò il mio povero babbo?
— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?
— Io no: io voglio andare a scuola.
— Che t’importa della scuola? Alla scuola ci
anderemo domani. Con una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli
stessi somari.
— E il maestro che dirà?
— Il maestro si lascia dire. È pagato apposta per brontolare tutti i
giorni.
— E la mia mamma?
— Le mamme non sanno mai nulla — risposero quei
malanni.
— Sapete che cosa farò? — disse Pinocchio. — Il
Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni... ma anderò a vederlo dopo la
scuola.
— Povero giucco! — ribatté uno del branco. — Che
credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo?
Appena s’è annoiato, piglia il dirizzone per un’altra parte, e allora chi s’è
visto s’è visto.
— Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? — domandò il
burattino.
— Fra un’ora, siamo bell’e andati e tornati.
— Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! —
gridò Pinocchio.
Dato così il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro
libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai
campi: e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai
piedi.
Di tanto in
tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella
distanza, e nel vederli ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua
fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato, in quel momento, non
sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro!...