8 novembre 2011
Tags : Pinocchio
Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXV
Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di
studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.
In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la
piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non
volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi riconoscere, e disse a
Pinocchio:
— Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto
che ero io?
— Gli è il gran bene che vi voglio, quello che
me l’ha detto.
— Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna;
tanto donna, che potrei quasi farti da mamma.
— E io l’ho caro dimolto, perché così , invece
di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di
avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere
così presto?
— È un segreto.
— Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io.
Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.
— Perché?
— Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono
burattini e muoiono burattini.
— Oh! sono stufo di far sempre il burattino! — gridò Pinocchio,
dandosi uno scappellotto. — Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo...
— E lo diventerai, se saprai meritarlo...
— Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
— Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un
ragazzino perbene.
— O che forse non sono?
— Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece...
— E io non ubbidisco mai.
— I ragazzi perbene prendono amore allo studio e
al lavoro, e tu...
— E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno.
— I ragazzi perbene dicono sempre la verità... E io sempre le bugie.
— I ragazzi perbene vanno volentieri alla
scuola...
— E a me la scuola mi fa venire i dolori di
corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.
— Me lo prometti?
— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio
essere la consolazione del mio babbo... Dove sarà il mio povero babbo a
quest’ora?
— Non lo so.
— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
— Credo di sì : anzi ne sono sicura. —
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di
Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta
foga, che pareva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola
amorosamente, le domandò:
— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
— Par di no — rispose sorridendo la Fata.
— Se tu sapessi che dolore e che serratura alla
gola che provai, quando lessi qui giace...
— Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo
dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di
cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar
qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco
perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma...
— Oh! che bella cosa! — gridò Pinocchio saltando
dall’allegrezza.
— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.
— Volentieri, volentieri, volentieri!
— Fino da domani — soggiunse la Fata — tu
comincerai coll’andare a scuola. —
Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro.
— Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un
mestiere... —
Pinocchio diventò serio.
— Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con accento
risentito.
— Dicevo... — mugolò il burattino a mezza voce —
che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi...
— Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e
per imparare non è mai tardi.
— Ma io non voglio fare né arti né mestieri...
— Perché?
— Perché a lavorare mi par fatica.
— Ragazzo mio, — disse la Fata — quelli che
dicono così , finiscono quasi sempre o in carcere o allo spedale. L’uomo, per
tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a
occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una
bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini: se no, quando
siamo grandi, non si guarisce più. —
Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale rialzando
vivacemente la testa, disse alla Fata:
— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai,
perché, insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare
un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?
— Te
l’ho promesso, e ora dipende da te. —