8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XXIII
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai
capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si
getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel
collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai campi, e non si
fermò un solo minuto finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva
ricondurlo alla Casina della Fata.
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella
sottoposta pianura, e vide benissimo, a occhio nudo, il bosco, dove
disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli
alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso
ciondoloni per il collo: ma, guarda di qui, guarda di là, non gli fu possibile
di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento, e
datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi
minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca
non c’era più. C’era, invece, una piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano
in carattere stampatello queste dolorose parole:
QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO
Come rimanesse il burattino, quand’ebbe compitate
alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra, e
coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dètte in un grande scoppio di
pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva
sempre, sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi
lamenti erano così strazianti ed acuti, che tutte le colline all’intorno ne
ripetevano l’eco.
E piangendo diceva:
«O Fatina mia, perché sei morta?... perché, invece di te, non sono morto
io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo dove
sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, ché voglio stare sempre con lui,
e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei
morta!... Se davvero mi vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino,
rivivisci... ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo,
abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al
ramo dell’albero... e allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia qui solo
in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare?
Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe
meglio, cento volte meglio, che morissi anch’io! Sì , voglio morire! ih! ih!
ih!...»
E mentre si disperava a questo modo, fece l’atto di
volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté
nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale
soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza:
— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
— Non lo vedi? piango! — disse Pinocchio alzando
il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della
giacchetta.
— Dimmi — soggiunse allora il Colombo — non
conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
— Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? — ripeté il
burattino saltando subito in piedi. — Pinocchio sono io! —
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e
venne a posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.
— Conoscerai dunque anche Geppetto! — domandò al
burattino.
— Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha
forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi per
carità; è sempre vivo? — L’ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
— Che cosa faceva?
— Si fabbricava da sé una piccola barchetta, per
traversare l’Oceano. Quel pover’uomo sono più di quattro mesi che gira per il
mondo in cerca di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si è messo in capo
di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
— Quanto c’è di qui alla spiaggia? — domandò
Pinocchio con ansia affannosa.
— Più di mille chilometri.
— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le
tue ali!...
— Se vuoi venire, ti ci porto io.
— Come?
— A cavallo sulla mia groppa. Sei peso dimolto?
— Peso? tutt’altro! Son leggiero come una
foglia. —
E lì , senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo;
e messa una gamba di qui e l’altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò
tutto contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar
presto!...»
Il Colombo prese l’aì re e in pochi minuti arrivò col
volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell’altezza
straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e
fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di
venir di sotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della
sua piumata cavalcatura.
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
— Ho una gran sete!
— E io una gran fame! — soggiunse Pinocchio.
— Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e
dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all’alba sulla spiaggia
del mare. —
Entrarono in una colombaia deserta, dove c’era soltanto una catinella
piena d’acqua e un cestino ricolmo di vecce.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai
potuto patire le vecce: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo
stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l’ebbe quasi finite,
si voltò al Colombo e gli disse:
— Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone!
— Bisogna persuadersi, ragazzo mio, — replicò il
Colombo — che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le
vecce diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie! —
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in
viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare.
Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno
la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese
subito il volo e sparì .
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava, guardando verso
il mare.
— Che cos’è accaduto? — domandò Pinocchio a una
vecchina.
— Gli è accaduto che un povero babbo, avendo
perduto il figliuolo, gli è voluto entrare in una barchetta per andare a
cercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per
andare sott’acqua...
— Dov’è la barchetta?
— Eccola laggiù, diritta al mio dito — disse la vecchia, accennando
una piccola barca che, veduta a quella distanza, pareva un guscio di noce con
dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato
attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
— Gli è il mi’ babbo! gli è il mi’ babbo! —
Intanto la barchetta, sbattuta dall’infuriare
dell’onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e
Pinocchio, ritto sulla punta di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il
suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da
naso e perfino col berretto che aveva in capo.
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano
dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui
e lo salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri
indietro; ma il mare era tanto grosso, che gl’impediva di lavorare col remo e
di potersi avvicinare alla terra.
Tutt’a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì .
Aspettarono che la barca tornasse a galla; ma la barca non si vide più tornare.
— Pover’omo — dissero allora i pescatori, che
erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si
mossero per tornarsene alle loro case.
Quand’ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro
un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
— Voglio salvare il mio babbo! —
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava
facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato
dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a
grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d’occhio e non lo videro
più.
— Povero
ragazzo! — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e
brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case.