8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XX
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa
della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso
alla tagliuola.
Figuratevi l’allegrezza di Pinocchio quando si sentì libero.
Senza stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese
la strada, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
A cagione del tempo piovigginoso, la strada era
diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba. Ma il burattino
non se ne dava per inteso. Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e
la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un can levriero, e
nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto
andava dicendo fra sé e sé: «Quante disgrazie mi sono accadute... E me le
merito! perché io sono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre
tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che
hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da questa volta in là, faccio
proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente...
Tanto ormai ho bell’e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano
sempre e non ne infilano mai una per il su’ verso. E il mio babbo mi avrà
aspettato?... Ce lo troverò a casa della Fata? È tanto tempo, pover’uomo, che
non lo vedo più, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci!
E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatta?... E pensare che ho
ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose... e pensare che se oggi
son sempre vivo, lo debbo a lei!... Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più
senza cuore di me?...»
Nel tempo che diceva così , si fermò tutt’a un tratto spaventato, e fece
quattro passi indietro.
Che cosa aveva veduto?
Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che
aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata, che gli fumava
come una cappa di camino.
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il
quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un
monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta
per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.
Aspettò un’ora; due ore; tre ore: ma il Serpente era
sempre là, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di
fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si
avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e
sottile, disse al Serpente:
— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un
pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
Allora riprese colla solita vocina:
— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a
casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo
più!... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada? —
Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la
risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di
vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda
gli smesse di fumare.
— Che sia morto davvero?... — disse Pinocchio, dandosi una fregatina
di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di
scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora
finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una
molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e
cadde per terra.
E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango
della strada e con le gambe ritte su in aria.
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capo
fitto con una velocità incredibile, il Serpente fu preso da una tal convulsione
di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli
si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a
casa della Fata avanti che si facesse buio. Ma lungo la strada, non potendo più
reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll’intenzione di
cogliere poche ciocche d’uva moscadella. Non l’avesse mai fatto!
Appena giunto sotto la vite, crac... sentì stringersi
le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c’erano in
cielo.
Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola
appostata là da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il
flagello di tutti i pollai del vicinato.