8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XIX
Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro, e per
gastigo, si busca quattro mesi di prigione.
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a
uno; e, quando gli parve che fosse l’ora, riprese subito la strada che menava
al Campo dei miracoli.
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli
faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E
intanto pensava dentro di sé:
«E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell’albero
duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? e se invece di
cinquemila, ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che
diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille
scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una
libreria tutta piena di canditi, di torte, di panattoni, di mandorlati e di
cialdoni colla panna».
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a
guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di
monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul
campo... andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi
zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del
Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dètte una
lunghissima grattatina di capo.
In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi una gran risata: voltatosi
in su, vide sopra un albero un grosso Pappagallo che si spollinava le poche
penne che aveva addosso.
— Perché ridi? — gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
— Rido, perché nello spollinarmi mi sono fatto
il solletico sotto le ali. —
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d’acqua la solita
ciabatta, si pose novamente ad annaffiare la terra, che ricopriva le monete
d’oro.
Quand’ecco che un’altra risata, anche più
impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel
campo.
— Insomma — gridò Pinocchio, arrabbiandosi — si
può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
— Rido di quei barbagianni, che credono a tutte
le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.
— Parli forse di me?
— Sì , parlo di te, povero Pinocchio; di te che
sei così dolce di sale da credere che i denari si possano seminare e
raccogliere nei campi, come si seminano i fagiuoli e le zucche. Anch’io l’ho
creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son
dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna
saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria
testa.
— Non ti capisco — disse il burattino, che già
cominciava a tremare dalla paura.
— Pazienza! Mi spiegherò meglio — soggiunse il Pappagallo. — Sappi
dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo
campo: hanno preso le monete d’oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento.
E ora chi li raggiunge, è bravo! —
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del
Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva
annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe
entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non c’erano più.
Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in
città e andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini,
che lo avevano derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio
scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e
specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a
portare continuamente, a motivo d’una flussione d’occhi, che lo tormentava da
parecchi anni.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per
filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dètte il nome, il
cognome e i connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al
racconto: s’intenerì , si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da
dire, allungò la mano e sonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da
giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi,
disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di
quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di
princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi
inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro
lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più se non si fosse dato un
caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che
regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una bella vittoria
contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi
artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e in segno di maggiore
esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti i
malandrini.
— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire
anch’io — disse Pinocchio al carceriere.
— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel
numero...
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un
malandrino anch’io.
— In questo caso avete mille ragioni — disse il
carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le
porte della prigione e lo lasciò scappare.