8 novembre 2011
Tags : Pinocchio
Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XVI
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere
il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o
morto.
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un
ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina
dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla
vista di quell’infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle
ventate di tramontana, batté per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli
colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che
volavano con foga precipitosa, e un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale
della finestra.
— Che cosa comandate, mia graziosa Fata? — disse il Falco abbassando
il becco in atto di riverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli
turchini non era altro in fin dei conti che una buonissima Fata, che da più di
mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco).
— Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a
un ramo della Quercia grande?
— Lo vedo.
— Orbene: vola subito laggiù; rompi col tuo fortissimo becco il nodo
che lo tiene sospeso in aria, e posalo delicatamente sdraiato sull’erba, a piè
della Quercia. —
Il Falco volò via e dopo due minuti tornò, dicendo:
— Quel che mi avete comandato, è fatto.
— E come l’hai trovato? Vivo o morto?
— A vederlo pareva morto, ma non dev’essere
ancora morto perbene, perché appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo
stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza
voce: «Ora mi sento meglio!...» —
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e
apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro,
tale e quale come se fosse un uomo.
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo
un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro, una parrucca bianca coi riccioli
che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni
di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi, che gli regalava a
pranzo la padrona, un paio di calzon corti di velluto cremisi, le calze di
seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli,
tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava
a piovere.
— Su da bravo, Medoro! — disse la Fata al
Can-barbone. — Fa’ subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e
prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai
disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo
pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito? —
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito,
dimenò tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì
come un barbero.
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color
dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di
panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento
pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la
frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand’ha paura di aver fatto
tardi.
Non era ancora passato un quarto d’ora, che la
carrozzina tornò e la Fata, che stava aspettando sull’uscio di casa, prese in
collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di
madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito uno dopo l’altro: arrivò,
cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante.
— Vorrei sapere da lor signori — disse la Fata,
rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio — vorrei
sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o
morto!... —
A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a
Pinocchio, poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe
tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
— A mio credere il burattino è bell’e morto: ma
se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre
vivo!
— Mi dispiace — disse la Civetta — di dover
contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il
burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe
segno che è morto davvero.
— E lei non dice nulla? — domandò la Fata al Grillo-parlante.
— Io dico che il medico prudente, quando non sa
quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del
resto quel burattino lì , non m’è fisionomia nuova: io lo conosco da un
pezzo! —
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno,
ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
— Quel burattino lì — seguitò a dire il
Grillo-parlante — è una birba matricolata... —
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
— È un monellaccio, uno svogliato, un
vagabondo... —
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
— Quel burattino lì è un figliuolo
disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!... —
A questo punto si sentì nella camera un suono
soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché,
sollevati un poco i lenzuoli, si accòrsero che quello che piangeva e
singhiozzava era Pinocchio.
— Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione — disse
solennemente il Corvo.
— Mi duole di contraddire il mio illustre amico
e collega — soggiunse la Civetta — ma per me quando il morto piange, è
segno che gli dispiace a morire. —