8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo XIV
Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli
del Grillo-parlante, s’imbatte negli assassini.
— Davvero — disse fra sé il burattino
rimettendosi in viaggio — come siamo disgraziati noi altri poveri ragazzi!
Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A
lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i
nostri maestri; tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perché io non ho
voluto dar retta a quell’uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo
lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male
che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai. Per me gli assassini
sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono
andar fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero
forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: «Signori
assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se
ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!» A questa parlantina fatta sul
serio, quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il
vento. Caso poi fossero tanto ineducati da non volere scappare, allora
scapperei io, e così la farei finita... —
Ma Pinocchio non poté finire il suo ragionamento,
perché in quel punto gli parve di sentire dietro di sé un leggerissimo fruscì o
di foglie.
Si voltò a guardare, e vide nel buio due figuracce
nere, tutte imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a
lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
— Eccoli davvero! — disse dentro di sé: e non sapendo dove
nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la
lingua.
Poi si provò a scappare. Ma non aveva ancora fatto il
primo passo, che sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e
cavernose, che gli dissero.
— O la borsa o la vita! —
Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a
motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille
pantomime, per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano
soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero
burattino e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
— Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! —
gridarono minacciosamente i due briganti.
E il burattino fece col capo e colle mani un segno, come dire: «Non ne
ho».
— Metti fuori i denari o sei morto — disse
l’assassino più alto di statura.
— Morto! — ripeté l’altro.
— E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
— Anche tuo padre!
— No, no, no, il mio povero babbo no! — gridò
Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare così , gli zecchini gli sonarono
in bocca.
— Ah furfante! dunque i danari te li sei
nascosti sotto la lingua? Sputali subito! —
E Pinocchio, duro!
— Ah! tu fai il sordo? Aspetta un po’, ché
penseremo noi a farteli sputare! —
Difatti uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso e
quell’altro lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare screanzatamente
uno per in qua e l’altro per in là, tanto da costringerlo a spalancare la
bocca: ma non ci fu verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
Allora l’assassino più piccolo di statura, cavato
fuori un coltellaccio, provò a conficcarglielo a guisa di leva e di scalpello
fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi
denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi
la sua meraviglia quando, invece di una mano, si accòrse di avere sputato in
terra uno zampetto di gatto.
Incoraggito da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie
degli assassini, e saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la
campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una
lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, né
si è saputo mai come facesse.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più.
Allora, vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si
pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche
loro, ma giunti a metà del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si
spellarono le mani e i piedi.
Non per questo si dettero per vinti: ché anzi, raccolto un fastello di
legna secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice,
il pino cominciò a bruciare e a divampare come una candela agitata dal vento.
Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più e non volendo far la fine
del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta all’albero, e via a correre
daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro, sempre
dietro, senza stancarsi mai.
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre;
quand’ecco che Pinocchio si trovò improvvisamente sbarrato il passo da un fosso
largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffè e
latte. Che fare? «Una, due, tre!» gridò il burattino, e slanciandosi con una
gran rincorsa, saltò dall’altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma
non avendo preso bene la misura, patatunfete!... cascarono giù nel bel mezzo
del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzi dell’acqua, urlò ridendo
e seguitando a correre:
— Buon bagno, signori assassini! —
E già si
figurava che fossero bell’e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si
accòrse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro
sacchi, e grondanti acqua come due panieri sfondati.