8 novembre 2011
Tags : Pinocchio
Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo X
I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio, e
gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio
Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.
Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto
che destò una mezza rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già
incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di
loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all’altro di scambiarsi
un carico di schiaffi e di bastonate.
La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel
sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano
d’ogni vitupero con tanta verità, come se fossero proprio due animali
ragionevoli e due persone di questo mondo.
Quando all’improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e
voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla
platea, comincia a urlare in tono drammatico:
— Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è
Pinocchio!...
— È Pinocchio davvero! — grida Pulcinella.
— È proprio lui! — strilla la signora Rosaura,
facendo capolino di fondo alla scena.
— È Pinocchio! è Pinocchio! — urlano in coro tutti i burattini,
uscendo a salti fuori dalle quinte. — È Pinocchio! È il nostro fratello
Pinocchio! Evviva Pinocchio!...
— Pinocchio, vieni quassù da me! — grida Arlecchino — vieni a
gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! —
A questo affettuoso invito, Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla
platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta
sulla testa del direttore d’orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.
È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i
pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che
Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffì o dagli attori e dalle attrici di
quella compagnia drammatico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c’è che dire: ma il pubblico della
platea, vedendo che la commedia non andava più avanti, s’impazientì e prese a
gridare:
— Vogliamo la commedia, vogliamo la
commedia! —
Tutto fiato buttato via, perché i burattini, invece di continuare la
recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle,
se lo portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto,
che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno
scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a
terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca
era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col
lume acceso di dietro; e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di
serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.
All’apparizione inaspettata del burattinaio,
ammutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si sarebbe sentito volare una mosca.
Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano come tante foglie.
— Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel
mio teatro? — domandò il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d’Orco
gravemente infreddato di testa.
— La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!...
— Basta così ! Stasera faremo i nostri
conti. —
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina,
dov’egli s’era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato
nello spiede. E perché gli mancavano le legna per finirlo di cuocere e di
rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
— Portatemi di qua quel burattino, che troverete
attaccato al chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e
sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata
all’arrosto. —
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da
un’occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina,
portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come
un’anguilla fuori dell’acqua, strillava disperatamente:
— Babbo
mio, salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio morire!... —