8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo IX
Pinocchio vende l’Abbecedario per andare a vedere il
teatrino dei burattini.
Smesso che fu di nevicare, Pinocchio, col suo bravo
Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e
strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille
castelli in aria uno più bello dell’altro.
E discorrendo da sé solo, diceva:
— Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi
imparerò a scrivere, e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia
abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in
tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico
di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento e d’oro, e coi bottoni di
brillanti. E quel pover’uomo se la merita davvero: perché, insomma, per
comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia... a
questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!...
—
Mentre tutto commosso diceva così , gli parve di
sentire in lontananza una musica di pifferi e di colpi di gran cassa: pì -pì -pì
, pì -pì -pì , zum, zum, zum, zum.
Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una
lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato
sulla spiaggia del mare.
— Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola,
se no... —
E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o
a scuola, o a sentire i pifferi.
Quand’ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta
piena di gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di
tela dipinta di mille colori.
— Che cos’è quel baraccone? — domandò Pinocchio,
voltandosi a un ragazzetto che era lì del paese.
— Leggi il cartello, che c’è scritto, e lo
saprai.
— Lo leggerei volentieri, ma per l’appunto oggi
non so leggere.
— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel
cartello a lettere rosse come il fuoco, c’è scritto: GRAN TEATRO DEI
BURATTINI...
— È molto che è incominciata la commedia?
— Comincia ora.
— E quanto si spende per entrare?
— Quattro soldi. —
Pinocchio, che aveva addosso la febbre della
curiosità, perse ogni ritegno e disse, senza vergognarsi, al ragazzetto col
quale parlava:
— Mi daresti quattro soldi fino a domani?
— Te li darei volentieri — gli rispose l’altro
canzonandolo — ma oggi per l’appunto non te li posso dare.
— Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta
— gli disse allora il burattino.
— Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci
piove su, non c’è più verso di cavarsela da dosso.
— Vuoi comprare le mie scarpe?
— Sono buone per accendere il fuoco.
— Quanto mi dai del berretto?
— Bell’acquisto davvero! Un berretto di midolla
di pane! C’è il caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo! —
Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare
un’ultima offerta: ma non aveva coraggio: esitava, tentennava, pativa. Alla fine
disse:
— Vuoi darmi quattro soldi di quest’Abbecedario
nuovo?
— Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai
ragazzi — gli rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva più giudizio di
lui.
— Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io —
gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla
conversazione.
E il libro fu venduto lì su due piedi. E pensare che
quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche
di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!