8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo VII
Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione
che il pover’uomo aveva portata per sé.
Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era
ancora avvisto dei piedi che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la
voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto;
ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul
pavimento.
E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che
avrebbe fatto un sacco di mestoli, cascato da un quinto piano.
— Aprimi! — intanto gridava Geppetto dalla
strada.
— Babbo mio, non posso — rispondeva il burattino
piangendo e ruzzolandosi per terra.
— Perché non puoi?
— Perché mi hanno mangiato i piedi.
— E chi te li ha mangiati?
— Il gatto — disse Pinocchio, vedendo il gatto
che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
— Aprimi, ti dico! — ripeté Geppetto — se no,
quando vengo in casa, il gatto te lo do io!
— Non posso star ritto, credetelo. Oh! povero me! povero me, che mi
toccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita!... —
Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei
fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e
arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra.
Da principio voleva dire e voleva fare; ma poi,
quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero,
allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dètte a baciarlo e a
fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per
le gote, gli disse singhiozzando:
— Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi?
— Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una
nottata d’inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo
una gran fame, e allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene: sei stato
cattivo, e te lo meriti» e io gli dissi: «Bada, Grillo!...» e lui mi disse: «Tu
sei un burattino e hai la testa di legno» e io gli tirai un manico di martello,
e lui morì , ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo, prova ne sia
che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò
fuori e disse: «Arrivedella... e tanti saluti a casa». E la fame cresceva
sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla
finestra mi disse: «Fatti sotto e para il cappello» e io con quella catinellata
d’acqua sul capo, perché il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero?
me ne tornai subito a casa, e perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi
sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati
bruciati, e intanto la fame l’ho sempre e i piedi non li ho più! ih!... ih!... ih!... ih!... —
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a
berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva
capito una sola cosa, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame,
tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:
— Queste tre pere erano la mia colazione: ma io
te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.
— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di
sbucciarle.
— Sbucciarle? — replicò Geppetto meravigliato. —
Non avrei mai creduto, ragazzo mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso
di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati
e a saper mangiar di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I
casi son tanti!...
— Voi direte bene — soggiunse Pinocchio — ma io non mangerò mai una
frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. —
E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un
coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le
bucce sopra un angolo della tavola.
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto
di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:
— Non lo buttar via: tutto in questo mondo può
far comodo.
— Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... —
gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.
— Chi lo sa! I casi son tanti!... — ripeté
Geppetto, senza riscaldarsi.
Fatto sta che i tre torsoli, invece di esser gettati fuori dalla
finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.
Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere,
Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:
— Ho dell’altra fame!
— Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.
— Proprio nulla, nulla?
— Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli
di pera.
— Pazienza! — disse Pinocchio, — se non c’è
altro, mangerò una buccia. —
E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca: ma poi una
dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce anche i
torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batté tutto contento le
mani sul corpo, e disse gongolando:
— Ora sì che sto bene!
— Vedi dunque — osservò Geppetto — che avevo ragione io quando ti
dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di
palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I
casi son tanti!!...