8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo V
Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una
frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.
Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva
mangiato nulla, sentì un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo
all’appetito.
Ma l’appetito nei ragazzi cammina presto, e di fatti, dopo pochi minuti,
l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si convertì in
una fame da lupi, in una fame da tagliarsi col coltello.
Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove
c’era una pentola che bolliva, e fece l’atto di scoperchiarla, per vedere che
cosa ci fosse dentro: ma la pentola era dipinta sul muro. Immaginatevi come
restò. Il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno quattro
dita.
Allora si dètte a correre per la stanza e a frugare
per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po’ di pane,
magari un po’ di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po’ di
polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma qualche
cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.
E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il
povero Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare, e faceva
degli sbadigli così lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli
orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava
via.
Allora piangendo e disperandosi, diceva:
— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto
male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse
qui, ora non mi troverei a morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che è la
fame! —
Quand’ecco che gli parve di vedere nel monte della
spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di
gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo
davvero.
La gioia del burattino è impossibile descriverla:
bisogna sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava
quest’uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva:
— E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una
frittata!... No, è meglio cuocerlo nel piatto!... O non sarebbe più saporito se
lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo a bere? No, la più
lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppo voglia di
mangiarmelo! —
Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa:
messe nel tegamino, invece d’olio o di burro, un po’ d’acqua: e quando l’acqua
principiò a fumare, tac!... spezzò il guscio dell’uovo, e fece l’atto di
scodellarvelo dentro.
Ma invece della chiara e del torlo scappò fuori un pulcino tutto allegro
e complimentoso, il quale facendo una bella riverenza disse:
— Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi
risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti
saluti a casa! —
Ciò detto, distese le ali, e, infilata la finestra che era aperta, se ne
volò via a perdita d’occhio.
Il povero burattino rimase lì , come incantato, cogli occhi fissi, colla
bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo
sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra per
la disperazione, e piangendo diceva:
— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di
casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame! Oh! che
brutta malattia che è la fame!... —
E perché il corpo gli seguitava a brontolare più che
mai, e non sapeva come fare a chetarlo, pensò di uscir di casa e di dare una
scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona
caritatevole, che gli facesse l’elemosina di un po’ di pane.