8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo IV
La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si
vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.
Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero
Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio,
rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso
ai campi, per far più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del
correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e
quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai
cacciatori.
Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada
socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si
gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza.
Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella
stanza qualcuno che fece:
— Crì -crì -crì !
— Chi è che mi chiama? — disse Pinocchio tutto impaurito.
— Sono io! —
Pinocchio si voltò, e vide un grosso grillo che
saliva lentamente su su per il muro.
— Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
— Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di
cent’anni.
— Oggi però questa stanza è mia — disse il
burattino — e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno
voltarti indietro.
— Io non me ne anderò di qui, — rispose il Grillo — se prima non ti
avrò detto una gran verità. — Dimmela e spicciati.
— Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro
genitori, e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai
bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente. — Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace:
ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui,
avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi
manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a
dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia, e mi diverto più a
correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli
uccellini di nido.
— Povero grullerello! Ma non sai che, facendo
così , diventerai da grande un bellissimo somaro, e che tutti si piglieranno
gioco di te?
— Chetati, Grillaccio del mal’augurio! — gridò
Pinocchio.
Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di
aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:
— E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un
mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
— Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio, che
cominciava a perdere la pazienza. — Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno
solo che veramente mi vada a genio.
— E questo mestiere sarebbe?
— Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina
alla sera la vita del vagabondo. — Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma
— tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo spedale
o in prigione.
— Bada, Grillaccio del mal’augurio!... se mi monta la bizza, guai a
te!...
— Povero Pinocchio! mi fai proprio
compassione!...
— Perché ti faccio compassione?
— Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa
di legno. —
A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso di sul
banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante.
Forse non
credeva nemmeno di colpirlo; ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel
capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì -crì -crì , e
poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.