8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo II
Maestro Ciliegia regala il pezzo
di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino
maraviglioso, che
sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.
In quel punto fu bussato alla porta.
— Passate pure, — disse il falegname,
senza aver la forza di rizzarsi in piedi.
Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome
Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le
furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca
gialla, che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo
Polendina! Diventava subito una bestia, e non c’era più verso di tenerlo.
— Buon giorno, mastr’Antonio, — disse
Geppetto. — Che cosa fate costì per terra?
— Insegno l’abbaco alle formicole.
— Buon pro vi faccia.
— Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
— Le gambe. Sappiate, mastr’Antonio, che son
venuto da voi, per chiedervi un favore.
— Eccomi qui, pronto a servirvi, — replicò il falegname,
rizzandosi su i ginocchi.
— Stamani m’è piovuta nel cervello un’idea.
— Sentiamola.
— Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un
burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti
mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di
pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?
— Bravo Polendina! — gridò la solita vocina, che non si
capiva di dove uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un
peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
— Perché mi offendete?
— Chi vi offende?
— Mi avete detto Polendina!...
— Non sono stato io.
— Sta’ un po’ a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato
voi.
— No!
— Sì !
— No!
— Sì !
— E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai
fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si
sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr’Antonio si trovò fra le mani la parrucca
gialla di Geppetto, e Geppetto si accòrse di avere in bocca la parrucca
brizzolata del falegname.
— Rendimi la mia parrucca! — gridò mastr’Antonio.
— E tu rendimi la mia, e rifacciamo la
pace. —
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la
propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per
tutta la vita.
— Dunque, compar Geppetto, — disse il falegname in segno
di pace fatta — qual è il piacere che volete da me?
— Vorrei un po’ di legno per fabbricare il mio
burattino; me lo date? —
Mastr’Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel
pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì per
consegnarlo all’amico, il pezzo di legno dètte uno scossone e sgusciandogli
violentemente dalle mani, andò a battere con forza negli stinchi impresciuttiti
del povero Geppetto.
— Ah! gli è con questo bel garbo, mastr’Antonio, che voi regalate la
vostra roba? M’avete quasi azzoppito!...
— Vi giuro che non sono stato io!
— Allora sarò stato io!...
— La colpa è tutta di questo legno...
— Lo so che è del legno: ma siete voi che me
l’avete tirato nelle gambe!
— Io non ve l’ho tirato!
— Bugiardo!
— Geppetto non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!...
— Asino!
— Polendina!
— Somaro!
— Polendina!
— Brutto scimmiotto!
— Polendina! —
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume
degli occhi, si avventò sul falegname, e lì se ne dettero un sacco e una
sporta.
A battaglia finita, mastr’Antonio si trovò due graffi
di più sul naso, e quell’altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in
questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni
amici per tutta la vita.
Intanto Geppetto prese con se il suo bravo pezzo di
legno, e ringraziato mastr’Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.