8 novembre 2011
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Pinocchio: Storia di un burattino. Capitolo I
Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come
un bambino.
— C’era una volta...
— Un
re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi,
avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso,
ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe
e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come
andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella
bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che
tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era
sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia
ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di
mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
— Questo legno è capitato a
tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.
— Detto fatto, prese
subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma
quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso
in aria, perché sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi:
— Non
mi picchiar tanto forte! —
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di
maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di
dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto
il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e
nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio
di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?...
— Ho
capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede
che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare.
— E
ripresa l’ascia in mano, tirò giú un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
— Ohi!
tu m’hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa
volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la
paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come
un mascherone da fontana.
Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire
tremando e balbettando dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita questa
vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso
questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un
bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno
da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire
una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è
nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! —
E così dicendo,
agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a
sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in
ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due
minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!
— Ho capito; — disse allora
sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella
vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. —
E perché gli era entrata addosso una gran paura, si
provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio.
Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano
la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre
che lo piallava in su e in giú, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul
corpo!
— Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giú come fulminato. Quando
riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva
trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre,
gli era diventata turchina dalla gran paura.