La Gazzetta dello Sport, 22 ottobre 2011
Con i filmati di ieri, si può forse ricostruire la più probabile fine di Gheddafi. Aerei Nato e forse aerei francesi attaccano un convoglio di automobili che sta uscendo da Sirte e si dirige a sud
Con i filmati di ieri, si può forse ricostruire la più probabile fine di Gheddafi. Aerei Nato e forse aerei francesi attaccano un convoglio di automobili che sta uscendo da Sirte e si dirige a sud. È giovedì, ore otto e mezza del mattino. Per sfuggire al bombardamento si staccano dal corteo la terza e la quinta vettura. La terza vettura è una Toyota Corolla verde, quella che trasporta Gheddafi. Il colonnello, dimentico delle tante affermazioni d’orgoglio del passato, si rifugia in un tubo che conduce l’acqua di scolo. Qui però lo raggiungono i ribelli. Lo costringono a uscire, lo picchiano, lo trascinano fino a un pick-up in sosta lì vicino. C’è un cellulare che riprende la scena. La parte sinistra della faccia del raìs è piena di sangue. Lui porta una mano all’occhio e se lo stropiccia, tentando di ripulirlo. Appare fuori di sé, anche per i colpi che ha ricevuto. Ma, a parte il tanto sangue, non sembra ferito in modo irrimediabile. Ancora pochi secondi e non sarà più vivo. Mentre il telefonino trema nelle mani di chi sta facendo le riprese, si sente un crepitare di colpi insistito. Sul posto verranno poi trovati una cinquantina di cadaveri. Si capisce, da una sequenza che dura forse due secondi, che gli insorti hanno costretto il raìs a sdraiarsi. Gli si vede la pancia. Il video finisce.
• A questo punto l’hanno ammazzato.
Devono avergli sparato alla tempia destra pochi istanti
dopo. Adesso il cadavere è in una cella frigorifera del mercato di Misurata.
Benché la legge islamica imponga che i morti siano seppelliti entro 24 ore, per
Gheddafi si aspetteranno ancora due o tre giorni. C’è da fare l’autopsia, c’è
da analizzare il dna. È probabile che una parte dei libici si rifiuti di
ammettere la sua morte. Il nuovo regime ha bisogno invece che, su questo punto,
non vi siano dubbi.
• Che ne è dei figli? E del resto della famiglia?
Mutassim è stato ammazzato poco dopo Gheddafi. Seif
al Islam è quasi certamente scappato in Nigeria, dove c’è un forte partito
qaedista che tenterà di vincere l’incertissima partita del dopo Gheddafi.
Quanto agli altri, stanno in Algeria. Il premier del Comitato nazionale di
transizione (Cnt) ha chiesto ad Algeri che siano riconsegnati. Si tratta di un
gruppo di trenta persone, tra cui sono la moglie di Gheddafi, Safiya, la figlia
Aisha e la sua bambina, partorita poche ore dopo la fuga, il figlio di primo
letto del colonnello, Mohammad con la moglie e i bambini, Hannibal, anche lui
con la moglie e i bambini. Dal computer di Hannibal, trovato nella sua villa di
Tripoli, s’è capito che negli ultimi mesi costui ha trasferito in Tunisia,
Francia e Panama 18 miliardi di dollari. Safya, che adesso ha chiesto alle
Nazioni Unite di indagare «sulle morti dei combattenti Muammar e Mutassim», è
accreditata di una fortuna di 21 miliardi. Sui conti portoghesi (banca pubblica
Caixa de Depositos) ci sono dal 2008 1,3 miliardi di euro libici. Se il nuovo
regime decidesse di ritirarli darebbe al Portogallo, già incluso nella lista de
Piigs, il colpo di grazia. La fine del regime rischia di mettere
definitivamente in crisi l’Europa e l’euro.
• La guerra si può considerare finita o no?
Mentre io e lei parliamo, è in corso un vertice Nato
a Bruxelles per definire proprio questo punto. Obama ha scelto proprio la
giornata di ieri per annunciare il ritiro definitivo delle truppe americane
dall’Iraq, ritiro da completarsi in toto entro la fine di quest’anno. La Nato
lascerà la Libia progressivamente. Obama ieri ha dichiarato che «in Libia gli
Stati Uniti hanno avuto un ruolo cruciale», frase dal significato indubbi
anche se l’America ha tenuto durante il conflitto una posizione defilata,
nessuno può pensare che il nuovo assetto del paese si possa progettare senza
tenere conto dell’opinione di Washington. Sarkozy, augurandosi che cominci adesso
la fase della riconciliazione nazionale, ha detto più o meno la stessa cosa: la
Francia intende avere da questo momento in poi un ruolo di importanza primaria.
• E l’Italia?
L’Italia niente. Ci sono delle dichiarazioni generiche di
Frattini. Berlusconi s’è troppo compromesso in passato col dittatore. I nostri
interessi saranno tutelati soprattutto dall’Eni. Maroni ha tuttavia incontrato
il suo omologo libico, Ahmed Hussein Mohamed al Darrat. Nel comunicato diramato
dopo l’incontro c’è scritto che l’Italia aiuterà la Libia nella formazione
delle forze di polizia, l’assistenza tecnica per lo sminamento di alcune aree
della costa sud orientale e l’identificazione di cadaveri rinvenuti nei pressi
di Tripoli. Fra i due ministri verrà presto siglato anche un accordo per
l’immigrazione. A proposito, l’Egitto ha fatto sapere di non voler avere niente
a che fare, d’ora in poi, con i profughi libici.
• Lei ci crede che, con la morte di Gheddafi, potrà
nascere in quel punto del mondo un paese democratico?
È tanto difficile.