Comandini, 16 settembre 1866
• Poco dopo la mezzanotte sopra oggi un tremila ribelli, sobillati dal partito borbonico-clericale ed assoldati specialmente dai frati e dalle monache (v
• Poco dopo la mezzanotte sopra oggi un tremila ribelli, sobillati dal partito borbonico-clericale ed assoldati specialmente dai frati e dalle monache (v. 24 e 14 nov.) nonché da un comitato reazionario, composto anche di massoni e di mazziniani, escono dai loro nascondigli e si mettono in movimento contro Palermo, puntando dapprima contro il posto di guardia di San Francesco di Paola, che chiede rinforzi. Due carabinieri cadono uccisi da una banda presso i Porrazzi dove vengono inviati 40 carabinieri, 47 granatieri e alcune pattuglie di polizia. All’alba i rivoltosi, ingrossati da vecchi galeotti, da spie, da disertori e da renitenti di leva, nonché da istigatori legittimisti, uniti ad alcuni mazziniani, corrono per le strade con coccarde rosse al petto al grido di Viva la Re-pubblica! Viva Santa Rosalia! Nella giornata si impadroniscono delle Delegazioni di Pubblica Sicurezza,delle stazioni dei R. Carabinieri, di due magazzini di armi, nonché di tutte le porte della città, ad eccezione della Porta Nuova. Sorgono numerose barricate per opera degli stessi insorti, che scelgono come punto strategico il monastero delle Stimmate, mentre alcuni patriotti della borghesia e del patriziato si riuniscono col Sindaco marchese Starabba Di Rudinì, col generale Camozzi ed altri nel palazzo Pretorio per organizzare la difesa. Il Di Rudinì. messosi coraggiosamente a capo degli intervenuti e di un drappello di milizia civica, esce dal Municipio e fa sei prigionieri; poi si formano due squadre capitanate dallo stesso Di Rudinì e dal prefetto Luigi Torelli, che affrontano, ma senza risultato, gl’insorti, i quali uccidono un tenente e feriscono alcuni soldati. Finalmente il Torelli telegrafa al ministro Ricasoli chiedendo lo stato d’assedio, mentre l’autorità militare chiede rinforzi a Napoli e a Messina. Vista frattanto l’impossibilità di reprimere la rivolta, le autorità, in attesa de’ rinforzi, fanno il loro quartier generale nella Reggia. Verso l’imbrunire alcuni battaglioni, chiamati dai paesi vicini, permettono di presidiare il Municipio, il palazzo delle Finanze e il forte di Castellamare, nonché il palazzo Reale, mentre più furente si fa la bramosìa delittuosa delle bande degl’insorti, fra i quali emergono, non propriamente come capi, ma come più audaci, un certo Gianni da Partinico Salvatore Nobili e Salvatore Miceli.