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 2011  settembre 29 Giovedì calendario

Il Consiglio superiore della Banca d’Italia potrebbe esprimere parere negativo sul candidato governatore proposto dal presidente del consiglio…  • La fermo subito perché non ho capito niente

Il Consiglio superiore della Banca d’Italia potrebbe esprimere parere negativo sul candidato governatore proposto dal presidente del consiglio…

  • La fermo subito perché non ho capito niente.
Esiste la Banca d’Italia. Esiste un Consiglio superiore della Banca d’Italia, tredici membri. Questo Consiglio affianca il governatore nella gestione dell’istituto. Quando si tratta di nominare un nuovo governatore, questo Consiglio riceve una lettera dal capo del governo in cui sta scritto un nome. Su questo nome, il Consiglio deve esprimere un parere non vincolante. “Non vincolante” significa che il premier, a sua scelta, può tenerne conto oppure no. La procedura continua con la preparazione di un decreto di nomina firmato dal premier che viene sottoposto alla firma del presidente della Repubblica. Non è una firma dovuta: il presidente della Repubblica, a differenza di quanto accade in altre situazioni, può anche non firmare. Ora: il consigliere anziano del Consiglio superiore della Banca d’Italia, Paolo Blasi, ha detto ieri all’agenzia Radiocor: «L’autonomia della banca è un bene prezioso, non si faccia l’errore di considerare il parere del Consiglio superiore come una sinecura (suppongo volesse dire: come un parere inevitabilmente positivo). Il parere – ha continuato Blasi –, quando arriverà l’indicazione del nome del presidente del Consiglio, sarà espresso nel rigoroso rispetto dell’autonomia della banca e potrà essere positivo o negativo a seconda della candidatura che verrà presentata». • Sembrerebbe una dichiarazione ovvia.

• Com’è andata le altre volte?

Ma è la prima volta, in verità, che si adopera questo sistema. Prima, il governatore della Banca d’Italia era nominato a vita, proprio dal Consiglio superiore. Poi, nel dicembre del 2005, per metter fine alle girandole dei furbetti a cui il governatore Fazio aveva purtroppo dato una mano, si cambiò il sistema e si nominò Draghi – in quel momento in Goldman Sachs – conuna nuova legge che prevedeva un mandato di sei anni rinnovabili. Adesso Draghi sta per lasciare il vertice di Bankitalia non perché siano scaduti i sei anni ma perché è stato nominato al vertice della Banca Centrale Europea, posto che dovrà occupare a partire dal 1° novembre. C’è quindi il problema di indicare il suo successore, una scelta che come abbiamo visto compete al presidente del Consiglio, ma non in assoluta solitudine.

In che consiste il contrasto?
Berlusconi vuole mettere a quel posto Fabrizio Saccomanni, oggi direttore generale della banca, nominato a quel posto proprio dal Consiglio superiore. Sarebbe una successione interna, sarebbe l’uomo che con la vecchia legge sarebbe stato scelto come governatore. Draghi e gli altri dell’istituto di via Nazionale puntano anche loro su questo nome. Senonché Tremonti, che non è amico di Draghi, non lo vuole. Lunedì è andato a dire a Berlusconi e a Napolitano che lui a quel posto vuole il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. Benché nella procedura il ministro dell’Economia non abbia alcuna voce in capitolo, l’opposizione di Tremonti è bastata a bloccare il capo del governo, che aveva già pronta la lettera per i tredici del Consiglio superiore. La guerra è in atto, e pubblicamente. Figuriamoci che accadrebbe se Berlusconi, cedendo a Tremonti, nominasse Grilli dopo un parere negativo del Consiglio.

Come mai Berlusconi s’è bloccato se il ministro dell’Economia non ha alcun ruolo nella procedura di nomina?
Ah, saperlo. Cioè: una parte della verità la sappiamo, e si chiama Bossi. Dopo il voto su Milanese, quelli del Pdl, a partire dallo stesso Berlusconi, hanno rovesciato addosso a Tremonti una quantità di contumelie, per il fatto che stava in America invece che in aula a difendere il suo uomo. Molto rumore per nulla: la Lega ha di nuovo fatto sapere che Tremonti non si tocca e la voglia di bastonare l’odiato ministro se la sono dovuta rimangiare tutti quanti. Ieri Bossi, alla richiesta se preferisse Grilli o Saccomanni, ha dato una risposta irridente: «Preferisco Grilli, perché se non altro è milanese». Lettura politica di questa battutaccia: io appoggio sempre Tremonti e le sue idee. Tanto per la cronaca: Saccomanni è romano.

Che vantaggi può ricavare Tremonti dalla nomina di un suo uomo al vertice di via Nazionale?
Ma intanto è improprio definire Grilli un “suo uomo”. Una volta tanto, i nomi tirati in ballo sono del massimo prestigio nazionale e internazionale. E infatti una delle ferite provocate da questo contrasto sta proprio in quest che il nominato, dopo un iter di questo genere, avrà inevitabilmente su di sé l’ombra di un condizionamento, mentre è essenziale che la Banca d’Italia resti, come è sempre stata, indipendente dal potere politico anche nell’immagine. È possibile che, per evitare guai, si ripieghi su un terzo nome, per esempio Lorenzo Bini-Smaghi, oggi nel board Bce e tenuto a uscirne con l’arrivo di Draghi (due italiani in quel consesso sarebbero troppi) oppure Guido Tabellini, rettore della Bocconi. Da quello che capisco, cedere a Tremonti provocherebbe comunque sconquassi. Il vicedirettore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha fatto sapere che se arrivasse Grilli, lui darebbe immediatamente le dimissioni

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 29 settembre 2011]