La Gazzetta dello Sport, 16 settembre 2011
Ieri la questione su quale fosse il fatto del giorno ha impegnato più del solito il vertice di Gazzetta
Ieri la questione su quale fosse il fatto del giorno ha impegnato più del solito il vertice di Gazzetta. Le ulteriori mirabilie telefoniche del nostro presidente del Consiglio? Le guerre greco-tedesche della crisi universale nella quale siamo immersi? Fatta una rapida statistica ci siamo resi conto che da un paio di mesi, magari a giorni alterni, non parliamo d’altro, unica variante essendo qualche volta i tormenti della Lega, qualche altra la guerra in Libia. Dalla discussione è però emerso un punto centrale: tutta la difficoltà nella quale siamo immersi, le cosiddette cattive notizie con cui siamo obbligati a rattristare il lettore, hanno poi un punto d’arrivo concretissimo e del quale confessiamo di parlare e di aver parlato troppo. Si tratta del lavoro delle persone, della loro speranza di tirare avanti nonostante tutto. Questa considerazione ci ha fatto improvvisamente vedere (ammettiamo che spesso siamo ciechi) il caso di un’altra fabbrica che sta chiudendo, una fabbrica che si trova al Sud e che costruisce macchine essenziali alla qualità della nostra vita.
• Di che fabbrica si tratta?
Della Irisbus in Valle Ufita. La Valle Ufita si trova nella
Campania meridionale. 681 dipendenti e, naturalmente, un indotto importante,
che potremmo valutare in 10-15 mila persone. Appartiene alla Iveco, cioè alla
Fiat. Costruiscce autobus. Marchionne la voleva vendere, ma l’unico che s’era
presentato a comprare alla fine ha rinunciato.
• Chi è?
Un concessionario che si chiama Massimo Di Risio.
Costui ha messo gli occhi su Termini Imerese, l’altra fabbrica che nei disegni
Fiat deve uscire dalla produzione, cioè essere chiusa o essere venduta. Di
Risio è più interessato a Termini Imerese, dove sono previsti anche degli aiuti
pubblici, che alla Irisbus, dove per ora, da parte dello Stato, non c’è niente.
L’altro giorno ha comunicato a Marchionne la sua rinuncia. La conclusione di
Marchionne, consegnata a un comunicato di Fiat Industrial, è stata: «Di fronte
all’impossibilità di portare a termine l’unica iniziativa imprenditoriale che
assicurava continuità al sito, l’azienda sarà costretta suo malgrado ad avviare
le procedure per cessare l’attività dello stabilimento». Di Risio, con la sua
Dr, pensava di usare i pianali dello stabilimento per entrare nel settore dei
veicoli commerciali, un segmento che in Italia vale 200 mila vetture all’anno.
Per un piccolo marchio sarebbe stato un salto di qualità. Il problema è che gli
autobus in Italia non li compra nessuno.
• Dovrebbero comprarli i comuni.
I calcoli su quanto perdono i comuni dopo i tagli decisi
dalla manovra sono questi: meno 450 milioni Roma, meno 283-293 Milano, meno 236
Napoli, meno 200 Torino, meno 127 Palermo, meno 110 Genova, meno 88 Venezia,
meno 82 Bologna e Firenze. Conclusione: i comuni non hanno soldi. Pure, una
politica degli autobus, e possibilmente degli autobus ecologici, sarebbe a
questo punto essenziale per le città. Le città sono soffocate dal traffico e
pagano un costo altissimo in inquinamento. Lei sa che a me non piacciono gli
interventi pubblici, pure questo è uno dei rari casi in cui i capitali dello
Stato avrebbero un senso. Un senso strategico, voglio dire, come quando si
tratta di investire sulla rete autostradale o su quella telefonica, infrastrutture
che è assurdo lasciare ai privati. La crisi non può sfilacciare il nostro
tessuto industriale, una realtà che non hanno né in Spagna né in Inghilterra e
che è l’unica speranza di uscir vivi dalla tempesta in cui siamo immersi.
• I sindacati che dicono?
Bonanni vuole che il governo convochi un tavolo
(dovrebbe esserci unincontro
mercoledì prossimo), la Camusso protesta perché, oltre ai posti di lavoro, c’è
in gioco anche «la possibilità che l’Italia realizzi scelte politiche a favore
del trasporto pubblico», Bersani ha sottolineato che con il piano Fabbrica
Italia la Fiatha finora chiuso
tre stabilimenti. Dichiarazioni anche di parte, ma che spiccano inevitabilmente
nel silenzio delle altre forze politiche. Marchionne persdonalmente per ora non
dice niente. È in America a trattare conil sindacato Chrysler dato che i lavoratori chiedono di rivedereil
sistema delle paghe concepito nel 2009 per salvare l’azienda e che aveva
portato al dimezzamento dei salari (adesso vogliono la compartecipazione agli
utili e un aumento di due dollari l’ora per i neoassunti, che stavano a 14
dollari contro i 28 dei più anziani).
• Se questa fabbrica di autobus se la comprassero
i cinesi?
I cinesi, per comprare in Europa, voglionoi mano
libera sui loro commerci da noi. Niente barriere, niente golden share. Gli
vendiamo la Irisbus e quelli come niente si prendono anche le Assicurazioni
Generali
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 16 settembre 2011]