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 2011  agosto 20 Sabato calendario

Le Borse sono andate giù anche ieri, perdite intorno al 2 per cento, non così drammatiche come giovedì, ma comunque gravi

Le Borse sono andate giù anche ieri, perdite intorno al 2 per cento, non così drammatiche come giovedì, ma comunque gravi. Nessuno al mondo pensa che la discesa sia finita e nessuno al mondo sa dire che cosa bisogna fare, non si dice per far rimontare le quotazioni, ma almeno per assestarsi. Ieri Milano se l’è cavata con un -2,46 per cento e cali, come al solito, dei bancari (Unicredit -5,8 Intesa -5,35%) e della Fiat (Fiat -4,3 Exor -3,72 Industrial -6,5). L’Europa, che ha bruciato 94 miliardi, è andata mediamente sotto del 2%. Il differenziale tra Bund e Btp è sui livelli di ieri.

    • Secondo me a questo punto ci sono aziende che si comprano con quattro lire.
Guardi, ci sono effettivamente delle assurdità. Generali, che valeva 42 miliardi nel 2007, ne vale oggi, ai valori di Borsa, 18. Senonché i suoi investimenti sono pari a 470 miliardi e il solo patrimonio immobiliare ne vale 25. Il contenitore vale quindi una frazione infinitesimale del contenuto! Altro caso, quello di Unicredit. Quando si è fusa con Capitalia quattro anni fa valeva 70 miliardi, mentre Capitalia ne quotava 17-18. Oggi tutta Unicredit vale 18 miliardi, cioè il valore che aveva all’epoca il solo istituto di Geronzi. Gli istituti di credito hanno nel loro patrimonio collezioni di quadri tali che da sole, probabilmente, superano il valore di Borsa. Unicredit ha qualcosa come 60 mila opere d’arte, Intesa, che vale adesso una ventina di miliardi, può mettere in fila Caravaggio, Balla, Boccioni, Carrà, De Chirico. Quindi, nel precipitare dei valori azionari, al di là di tutte le spiegazioni che tutti quanti stiamo dando da un mese a questa parte, c’è una componente di follia. Con questo, stia attento a mettersi a comprare perché i tempi sono bruttissimi e i titoli dei giornali finanziari si pongono solo il dilemma tra tenere o vendere.

Qualche soluzione deve esserci.
Ieri è risbucata fuori la storia degli Eurobond.

Che cosa sono?
Faccia conto che non sia più l’Italia a emettere Bot o Btp, ma l’Europa. Il debito europeo varrebbe a questo punto la tripla A assoluta, non ci sarebbe più ragione di dubitare della capacità di restituzione. È un’idea per la quale si batte da un pezzo Tremonti, il quale si dice anche sicuro che questa soluzione, prima o poi, si adotterà.Ieri il commissario degli Affari economici e monetari dell’Unione europea, Olli Rehn, ha detto che la Ue potrebbe mettere a punto una bozza su un’emissione di titoli comuni. La Commissione sarebbe pronta a presentare un report al Parlamento europeo eccetera. Lei non ci creda.

Perché?
Francia e Germania si oppongono con tutte le loro forze. Dopo la dichiarazione di Rehn, le agenzie hanno diffuso il commento di François Fillon, primo ministro francese: «Gli Eurobond aumenterebbero il costo del debito francese con conseguenze sul rating a tripla A di Parigi». La Francia (però da pochi giorni) è contraria, a meno che non vi sia «un consolidamento fiscale dei paesi europei» (espressione misteriosissima). A pochi minuti dalla dichiarazione di Fillon, è arrivata quella della Merkel, di ben altro ton «Noi non li vogliamo» senza ulteriori spiegazioni. I tedeschi, deve esserle chiaro, sono o si considerano i padroni della Ue e soprattutto dell’Eurozona.

Come si spiega questa opposizione?
Ha presente i debiti dei paesi europei e, soprattutto, i vari rapporti tra debito e Pil? In testa al lato dei cattivi sta la Grecia con 330 miliardi e un rapporto del 143% seguita dall’Italia con 1.900 miliardi e il 120. Dal lato dei buoni la Spagna (640 miliardi) e l’Olanda (370) con un rapporto debito/pil del 60% circa. Il rapporto tedesco (duemila miliardi di debito) è dell’84%, quello francese (1.600 miliardi) dell’82. Eccetera. Questa piccola selva di numeri le dice che le differenze tra paese e paese sono in questo momento molto sensibili, troppo sensibili. Che cosa provocherebbe l’emissione di titoli del debito comunitari? Che i paesi più virtuosi dovrebbero farsi carico dell’indebitamento dei più sciagurati, pagando per esempio interessi più alti sulle proprie obbligazioni. In Germania, dove si vota l’anno prossimo, i sondaggi attestano che tre tedeschi su quattro sono contrari all’eurobond e a qualunque forma di soccorso ai paesi sciuponi. D’altra parte, imboccare la strada degli eurobond significa destinare a un’istituzione comunitaria quote della propria sovranità nazionale. I tedeschi potrebbero starci – forse – se di fatto comandassero loro. Ma i francesi, come potrebbero accettare una cosa simile? L’uscita dalla tempesta non sarà probabilmente questa. Ma, se non sarà questa, sarà probabilmente il divorzio tra i paesi della moneta unica, cioè la fine dell’euro

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 20 agosto 2011]