La Gazzetta dello Sport, 10 agosto 2011
Da cinque giorni l’Inghilterra deve vedersela con gruppi di giovani che dànno l’assalto ai negozi, incendiano, sparano, spaccano e insomma mettono a ferro e a fuoco i quartieri poveri all’inizio di Londra, poi di Birmingham, ieri anche di Liverpool, Manchester, Bristol
Da cinque giorni l’Inghilterra deve vedersela con gruppi di giovani che dànno l’assalto ai negozi, incendiano, sparano, spaccano e insomma mettono a ferro e a fuoco i quartieri poveri all’inizio di Londra, poi di Birmingham, ieri anche di Liverpool, Manchester, Bristol. Tutto è cominciato con la morte di Mark Duggan, un giovane nero di 29 anni, spacciatore di cocaina e padre di quattro figli, ucciso a Tottenham dalla polizia giovedì scorso. La protesta per questo atto di prepotenza omicida si è prima esteso da Tottenham alle altre periferie londinesi (Walthamstow, Chingford, Ponders End, Enfiel e dall’altro lato Islington, Oxford Circus, Brixton, poi, lunedì, ancora a Hackney, Peckham, Lewisham) poi ha contagiato altre città. I politici sono rientrati di corsa dalle vacanze: il premier Cameron, il ministro dell’Interno Theresa May, il sindaco Boris Johnson. È convocato il governo per domani, sono stati mandati in strada 16 mila agenti, si promette l’uso di proiettili di gomma come in Irlanda del Nord, Cameron, che ha dovuto lasciare il dolce soggiorno in Toscana, ha gridato in tv che si tratta di «pura e semplice criminalità», «faremo di tutto per riportare l’ordine», «io e il governo siamo determinati a far rispettare la giustizia», «i responsabili dei disordini sentiranno la forza piena della legge», «non solo state danneggiando la vita degli altri, ma le vostre stesse vite ¬– ha detto rivolgendosi direttamente ai rivoltosi – Se siete abbastanza adulti per commettere questi reati lo siete anche per affrontare la punizione».
Qual è finora il bilancio degli
scontri?
Nella sola Londra ci sono stati 520 arresti, e tra
questi c’è un ragazzino di undici anni. Gli incriminati finora sono cento. Ieri
è morto un giovane di 26 anni che era rimasto ferito da un colpo di pistola nei
giorni scorsi, durante gli scontri di Croydon, sobborgo meridionale di Londra.
La polizia dice di averlo trovato ferito dentro un’autovettura. Prendo con le
molle questa versione perché nell’episodio Duggan, quello che ha dato il via
alle violenze, i poliziotti hanno mentito, sostenendo all’inizio che Duggan
aveva sparato e mostrando, come controprova, un foro di proiettile su una loro
autoradio. S’è visto subito però che il foro era compatibile con le armi degli
agenti e non con la rivoltella trovata sul posto e che forse non ha neanche
sparato. La polizia non ha fatto una bella figura, fino a questo moment
ricordiamo che la reputazione di Scotland Yard è a pezzi per via delle intercettazioni
di Murdoch, che hanno costretto alle dimissioni il capo della polizia,
quantunque baronetto..
Cameron ha ragione o no? È solo
criminalità?
Non può essere solo criminalità. Come si può negare
che la rivolta non sia provocata anche dal forte disagio sociale, dalle
difficoltà che incontrano i giovani delle comunità immigrate e concentrate in
vasti ghetti cittadini? Il Guardian ha scritto che la Gran Bretagna è il paese
occidentale dove più grande è il divario economico tra la parte alta e la parte
bassa della società: il 10 per cento più ricco è cento volte più ricco del
dieci per cento più povero. Un range che non si riscontra in nessuna parte del
mondo.
Però è vero che, in mezzo a quelli che
protestano, ci sono quelli che ne approfittano, spaccano le vetrine e rubano o
magari consumano qualche vendetta.
Bisogna convincersi del fatto che ingiustizia e
violenza generano altra ingiustizia e altra violenza. Dal 1998 a oggi 300
giovani che si trovavano nelle mani della polizia sono morti senza che nessun
agente sia mai stato incriminato. Nei quartieri – stiamo sempre citando il
“Guardian” – si è affermata una subcultura della violenza non troppo dissimile
da quella che abbiamo visto in Gomorra. Qui spadroneggiano le bande di
musulmani o di curdi, i conti si regolano a colpi di coltello. Del resto, che
altra speranza c’è? Per ogni offerta di lavoro ci sono 54 disoccupati.
I tagli provocati dalla crisi economica non
c’entrano?
Credo di no. Del resto i tagli non sono ancora in
funzione.
Dobbiamo temere che qualcosa di simile accada
prima o poi anche da noi?
Nonostante quello che è successo a Bari l’altro
giorno, forse no, benché il numero dei giovani stranieri presenti nelle nostre
città sia notevole (il 23% del 15-29enni a Milano, il 25% a Torino, il 15% a
Roma). La ragione probabilmente sta nel fatto che da noi è più difficile che si
formino megaghetti tipo Tottenham. I figli degli immigrati vanno in genere a
scuola con i nostri figli, solo il 20% dei ragazzini stranieri dichiara di
avere amici solo stranieri, insomma da noi l’integrazione sembra più facile e
meno drammatica che a Parigi o a Londra
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 10 agosto 2011]