Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 09 Martedì calendario

Sarebbe bello oggi occuparsi di qualcos’altro. Purtroppo dobbiamo invece raccontare l’ennesimo tonfo delle borse mondiali, provocato soprattutto dalla svalutazione del debito americano (firmata Standard and Poor’s)

Sarebbe bello oggi occuparsi di qualcos’altro. Purtroppo dobbiamo invece raccontare l’ennesimo tonfo delle borse mondiali, provocato soprattutto dalla svalutazione del debito americano (firmata Standard and Poor’s). Dopo i crolli nella notte delle borse asiatiche, di prima mattina hanno cominciato a ballare le borse europee, con l’eccezione di Milano: sostenuta dagli acquisti della Bce, Piazza Affari dopo un’ora di contrattazioni ha sfiorato un +5%. Poi però ha cominciato a declinare, mentre Londra, Parigi, Francoforte, Madrid, Atene continuavano ad andar giù. L’apertura di Wall Street, nel pomeriggio, ha determinato il crollo: Francoforte ha chiuso a -5%, Parigi a -4, Londra a -3,4, Atene a -6, Milano a -2,43. Impressionante la pioggia di vendite sul comparto industriale: Fiat ha perso l’8,8 e Fiat Industrial il 9,48, Pirelli quasi l’11, i petroliferi (Saipem e Tenaris) più del 7. Un’ora prima che la Borsa chiudesse sono stati sospesi per eccesso di ribasso Mediolanum (-5,23% teorico), Buzzi (-4,09%), Fiat industrial (-10,48%), Exor (-5,64%), Pirelli (-10,96%), Prismian (-7,05%), Tod’s (-7,03%), Lottomatica (-5,78%). Alla fine risultano bruciati 197 miliardi di valore. In questa pioggia da panico c’è tuttavia un senso: i mercati non credono alla ripresa, non credono cioè che nei prossimi mesi lavoreremo di più e produrremo di più in modo da ripagare i nostri debiti. Lo dice con chiarezza il prezzo del petrolio, sceso a 107 dollari al barile, e indirettamente il crollo della borsa di Mosca (-8%) provocato dalle vendite di greggio e dall’eccessiva esposizione russa sul debito Usa.

  Ammettiamo di metterci a posto con i conti e che per colpa degli americani il mondo continui a vendere. Che facciamo a quel punto?
Il mondo vende perché crede sempre meno al fatto che il debito accumulato da tutti a discapito delle generazioni future sarà effettivamente rimborsato. Oppure perché crede che il mondo creda questo. Gli speculatori vendono perché sono sicuri che i titoli scenderanno, e quindi ci sarà sempre tempo di ricomprare. Quanto agli americani, nel corso del week-end ho letto parecchie decine di articoli su Standard and Poor’s e il suo giudizio sul debito Usa. Chi dice che ha ragione, chi dice che ha torto. Obama ieri sera ha parlato in televisione, s’è detto furioso per il taglio deciso da Standard and Poor’s, ha aggiunto che ormai non c’è più niente da tagliare e si dovranno mettere tasse, «siamo da tripla A, assolutamentew». Moody’s, a sua volta, ha confermato la tripla A, Buffett ha detto che il debito americano di A ne meriterebbe quattro. Notiamo di passata, e in margine al discorso sui conflitti d’interesse di cui parlavamo l’altro giorno, che poco meno del 40% di Moody’s è in mano proprio a Buffett. Per il resto, il giudizio più intelligente sul downgrading del debito Usa mi pare quest il debito andava declassato tre anni fa, quando il governo decise di mettere altri soldi in Fannie Mae and Freddy Mac, due baracconi pubblici specializzati in mutui. Altro giudizio intelligente, e parecchio diffuso tra gli analisti: è inevitabile che una quota di ricchezza passi dai creditori ai debitori. Un modo elegante per definire il default, cioè il fallimento delle banche o degli stati, senza ancora compromettersi in una quantificazione (fallimento della Grecia? fallimento dell’Italia? fallimento dell’euro? guerra civile in Cina? eccetera).

Non siamo almeno sicuri dei conti tedeschi?
Non lo so. Tedeschi e francesi hanno la tripla A. Ma le casse delle Länderbanken sono marce di derivati che valgono zero. L’indebitamento di certi grandi istituti di quel paese fa paura. Un’ala per ora minoritaria della Cdu, il partito della Merkel, vuole un congresso straordinario per discutere dell’euro. Sono i tedeschi quelli che resistono all’idea di comprare titoli italiani.

Ieri però la Banca Centrale Europea ci ha aiutato, no?
Dovrebbe aver messo in campo una quarantina di miliardi. È probabile che le munizioni siano già finite o che comunque non ne restino troppe. Annunciare prima dell’apertura che si sarebbero difesi i titoli italiani è stato uno sbaglio. In ogni caso nessuno può comprare all’infinito e, soprattutto, nessuno può dare l’impressione che comprerà sempre e comunque: in questi casi la risposta degli speculatori è in genere scaraventare addosso al malcapitato quantità enormi di carta. L’Europa vorrebbe tenerci al guinzaglio col ricatto degli acquisti di Btp (se ti comporti bene te li compro, se no no). È possibile che il guinzaglio si sia già spezzato o che non sia comunque così resistente.

Che cosa taglieremo per restare in piedi?
Probabilmente ci saranno interventi sulle pensioni: tutti a casa a 65 anni, o magari, già che ci siamo, a 70. Guerra ai falsi invalidi, scoraggiamenti a chi vuole ritirarsi prima. Qualcuno forse sta facendo un pensierino sugli statali.

Sarebbe?
Tra il 2001 e il 2009 gli statali sono diminuiti di 110 mila unità, ma i loro stipendi sono aumentati del 30%, 8.900 euro a testa, il doppio dei dipendenti privati. Se il costo del pubblico impiego fosse cresciuto con lo stesso trend tedesco (-6,2%) avremmo risparmiato 23 miliardi. Certo i politici non possono sperare di toccare gli statali, le pensioni o chi sa che altro senza tagliare sensibilmente le proprie prebende e i propri privilegi

[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 9 agosto 2011]