17 agosto 1990
Tags : Il delitto di via Poma
Secondo il gip «Simonetta conosceva il suo assassino»
• Gli investigatori continuano a fare interrogatori e a svolgere accertamenti sul conto di Pietrino Vanacore, il portiere finito in carcere perché «gravemente indiziato» dell’omicidio, e di altre persone. «Dalla lettura degli atti giudiziari che già sono stati scritti intorno a questo caso, emergono elementi nuovi, o comunque consacrati dall’ufficialità della firma dei magistrati. Come l’ordinanza che ha lasciato a Regina Coeli Pietrino Vanacore per altri trenta giorni, in attesa che la polizia svolga ulteriori indagini. Contro quella decisione, l’avvocato difensore Antonio De Vita presenterà oggi ricorso al tribunale della libertà. A leggerla bene, si scopre che gli inquirenti sono arrivati a qualche certezza che consente di restringere il campo dei possibili assassini. Per esempio – scrive il giudice delle indagini preliminare Giuseppe Pizzuti – nei piani dell’assassino il cadavere di Simonetta doveva sparire dall’ufficio nel quale è stata uccisa. Al terzo piano di via Poma non doveva rimanere traccia dell’omicidio. Perché? “La lavatura del pavimento – sostiene il magistrato nell’ordinanza – azione non esperibile in breve tempo, sembra finalizzata, ad esempio, all’occultamento del cadavere”. Ripulire la stanza dove è avvenuto il delitto, insomma, doveva essere un “momento di un processo che richiedeva diversi accessi all’appartamento”. Qualcosa, dunque, non ha funzionato nel tentativo di organizzare un delitto perfetto. Secondo il magistrato poi, l’assassino è “verosimilmente persona interna al condominio, come è desumibile dal fatto che per la copiosità del sangue uscito l’aggressore sarebbe stato costretto a percorrere i locali del condominio e Roma con i vestiti abbondantemente insanguinati”. Ma c’è di più. Secondo il giudice delle indagini preliminari, che s’è formato le proprie convinzioni sulla base dei primi elementi raccolti dalla Mobile, l’omicidio è stato commesso “da una persona conosciuta” dalla vittima, “di cui aveva la fiducia”. Ciò si desume “dal mancato disordine degli arredi dell’appartamento”, dalla mancanza di “segni di colluttazione prolungata o di un tentativo di fuga”. Inoltre, Simonetta ha lasciato il computer acceso, e quindi si può immaginare che “la ragazza si era recata nell’altra stanza (quella dov’è avvenuto il delitto, ndr) con il suo aggressore ritenendo che fosse una brevissima pausa nel suo lavoro”. Il delitto è stato “probabilmente commesso con motivazioni di natura sessuale”, viste anche le zone in cui sono state inferte le coltellate sulla vittima e “per l’essere stata raggiunta la Cesaroni da telefonate di natura maniacale”. Ricostruito questo quadro, i sospetti si sono addensati sul portiere perché oltre ad essere “sostanzialmente sprovvisto di alibi” per l’ora dell’omicidio, era anche “persona conosciuta e quindi affidabile” e “perfettamente a conoscenza delle assenze dei condomini” del palazzo». [Giovanni Bianconi, Sta. 17/8/1990]