La Gazzetta dello Sport, 30 gennaio 2007
Il 30 gennaio del 2002 – cinque anni oggi , alle 8,28 del mattino, la guardia medica di Aosta ricevette una telefonata da Montroz, frazione del comune di Cogne
Il 30 gennaio del 2002 – cinque anni oggi , alle 8,28 del mattino, la guardia medica di Aosta ricevette una telefonata da Montroz, frazione del comune di Cogne. Una donna gridava nella cornetta: “Correte, correte, il bambino butta sangue dalla bocca!”. Giunti sul posto, i medici videro che il bambino, oltre a vomitare sangue, perdeva materia cerebrale dalle orecchie. Portato di corsa in ospedale, il piccolo morì dopo un’ora e mezza. Cominciava così il caso Cogne, che doveva render famosi i Franzoni, i Lorenzi, la povera vittima Samuele, di tre anni compiuti da poco, e soprattutto sua madre Anna Maria Franzoni, una bella signora a quel tempo di 31 anni. L’autopsia constatò che Samuele era stato ammazzato con 17 colpi in testa, assestati con un oggetto contundente mai ritrovato. La madre fu accusata quasi subito. Processata dal tribunale di Torino, il 19 luglio 2004 venne condannata a 30 anni di reclusione.
• Se è stata condannata, come mai va ancora in giro, e addirittura in televisione? Non dovrebbe stare in galera?
Per andare dentro, a meno che non vi sia un’“istanza di arresto” da parte della Procura, bisogna che la condanna sia definitiva. I Franzoni hanno presentato ricorso e il 16 novembre del 2005 è cominciato il secondo processo, quello in Corte d’Assise con i sei giudici popolari. Dopo un anno di dibattito, lo scorso 19 dicembre, l’avvocato difensore di Anna Maria, il celebre Carlo Taormina, ha presentato “istanza di ricusazione”. Cioè, secondo lui (e secondo Anna Maria), i giudici di Torino sono prevenuti, fanno il processo, ma hanno già in testa la sentenza e perciò bisogna andare a discutere da un’altra parte. Taormina e la Franzoni chiedono che il giudizio sia trasferito a Milano. Una decisione verrà presa il prossimo 20 febbraio. Se non sarà Milano, sarà Roma.
• Ma Taormina non aveva rinunciato?
Si, Taormina ha rinunciato due volte, e la seconda volta sembrava un abbandono vero, al punto che alla Franzoni era stato assegnato un avvocato d’ufficio, la signora Paola Savio, 38 anni e madre di due figli, divenuta famosa per poche ore (datemi il tempo di esaminare le carte…, diceva tutta affannata ai giornalisti che la inseguivano). Ma poi il grande avvocato è ricomparso ed è stato lui a presentare la domanda di ricusazione.
• Secondo lei la Franzoni è colpevole o innocente?
Quella mattina il marito della Franzoni, Stefano Lorenzi, era già al lavoro da un pezzo. In casa col bambino c’era solo Anna Maria. Dice di aver accompagnato l’altro figlio, Davide, allo scuola-bus e che l’assassino ha fatto quello che ha fatto nei pochi minuti della sua assenza. Nel secondo processo è stato mostrato un video in cui suo marito Stefano, cioè il padre del piccolo Samuele, fa la parte dell’assassin dà i 17 colpi (contati) e poi fugge attraverso un canalone senza essere visto. In teoria potrebbe essere accaduto, i tempi ci sono e il canalone è abbastanza profondo da nascondere alla vista il fuggitivo. Naturalmente non si capisce il movente di un’azione così criminosa e complicata.
• E la madre che movente avrebbe?
Ma di madri che ammazzano i loro figli piccoli sono pieni, purtroppo, i libri di psichiatria. Queste madri, secondo gli studiosi (sto citando uno dei tanti medici che ha visitato la Franzoni, il professor Gian Carlo Nivoli), sono di due tipi: quelle che, sopprimendo il loro piccolo, desiderano morire a loro volta, madri cioè che praticano una specie di “suicidio allargato”. E quelle aggressive, che odiano il bambino e i limiti che il bambino impone alla loro vita. La Franzoni, una depressa con un padre molto autoritario, potrebbe appartenere al primo tipo.
• Perciò, se non sarà assolta, non finirà in carcere, ma in manicomio.
Sì, se venisse giudicata semi inferma di mente, dovrebbe andare in ospedale e certo non per trent’anni. E se l’infermità risultasse totale, non sarebbe nemmeno condannabile. Nel primo processo, un collegio di periti – di cui uno si dichiarò non d’accordo – diagnosticò che era completamente sana. Nel secondo processo, altri quattro dottori – a cui però non fu permesso di interrogarla, dato che lei non voleva – la giudicarono invece disturbata. Però Anna Maria non vuole che la considerino pazza. Vuole che la considerino innocente. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 30/1/2007]