La Gazzetta dello Sport, 27 marzo 2007
Oggi il Senato vota il decreto sul rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, già approvato dalla Camera
Oggi il Senato vota il decreto sul rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, già approvato dalla Camera. L’esito del voto è incerto.
• Come mai è incerto?
Il clima politico è cambiato. La situazione in Afghanistan è molto più difficile di prima. A sud è in corso una vera guerra: la Nato cerca di cacciare dal paese i talebani. Gli italiani, che non stanno a sud, sono già stati attaccati e lo saranno probabilmente di nuovo. Le nostre regole di ingaggio non ci permettono una difesa adeguata. Cioè i nostri soldati sono lì solo per scopi civili. Molti parlamentari, sia della maggioranza che dell’opposizione, pensano che bisognerebbe cambiare le regole di ingaggio, cioè permettere ai nostri duemila soldati di fare, insieme alle operazioni di pace, anche le operazioni di guerra.
• Perché la situazione in Afghanistan è diventata a un tratto pericolosa? Sembrava un paese tirato dalla parte dell’Occidente.
Non è più così. E la ragione è molto semplice: i soldati occidentali e il presidente Karzai, messo lì dagli americani, vogliono distruggere le piantagioni d’oppio e per questo adoperano il fuoco o i diserbanti. L’Afghanistan ha circa 20 milioni di abitanti e tre milioni vivono coltivando l’oppio. Il 52 cento del prodotto interno lordo viene dall’oppio. Mettersi in testa di distruggere l’oppio vuol dire perciò farsi nemici gli afgani che vivono al di fuori di Kabul. E se la popolazione ti è nemica, non puoi resistere a lungo.
• Scusi, anche i talebani, quando erano al potere, contrastavano le coltivazioni di oppio.
Sì, distrussero completamente i raccolti del 2000. E anche per questo i contadini afgani li mollarono e aiutarono la Nato a vincere. Non ci furono però conseguenze per lor avevano i magazzini pieni e le vendite del 2001 andarono a gonfie vele. Dal 2001 a oggi la produzione non ha fatto che aumentare. Con un record l’anno scors +59% per cento sul 2005. Il reddito prodotto dall’oppio si aggira sui due miliardi e ottocento milioni di dollari. Settecento milioni per i contadini, il resto per tutti gli altri: talebani, contrabbandieri, funzionari corrotti. I numeri del 2007, a quanto pare, saranno ancora più alti.
• I talebani adesso incoraggiano le coltivazioni d’oppio?
Non le incoraggiano, ma le ammettono. Come disse il talebano Hanif a Daniele Mastrogiacom «Siete voi occidentali a volervi uccidere con l’oppio. A noi che ce ne importa?». Frase non proprio vera, perché intanto più di un milione di afgani (il 4 per cento della popolazione) è diventato tossicodipendente a sua volta. Ma insomma i talebani e i qaedisti vogliono riconquistare Kabul e far tornare una teocrazia islamica in Afghanistan. Se l’oppio può servire, perché no? Con questa logica hanno riconquistato l’appoggio della popolazione.
• C’era stata questa proposta: che l’Occidente comprasse tutto l’oppio afgano e lo adoperasse poi per fabbricare i farmaci contro il dolore.
Sì, è una bella idea, ma di successo dubbio. Non è neanche per una questione di soldi, perché l’Afghanistan costa già molto denaro e, più o meno, si tratterebbe di spendere cifre analoghe ma in un modo diverso. Stiamo parlando all’incirca di quattro miliardi di dollari l’anno. Non è una cifra pazzesca: gli Stati Uniti spendono venti volte tanto, ogni anno, per la guerra in Iraq. Però l’oppio per uso medicinale si vende legalmente a 25-30 dollari al chilo. Invece l’oppio per drogarsi si vende di contrabbando a 130 dollari. Per convincere i contadini afgani a vendere l’intero raccolto sul mercato legale, bisognerebbe evidentemente applicare il secondo prezzo. E però: il 92 per cento dell’eroina consumata nel mondo dai tossicodipendenti viene dall’Afghanistan. Che cosa accadrebbe quando il centro di produzione più importante smettesse di rifornire il mercato? Qualcun altro si metterebbe di sicuro a coltivare papaveri e a fronteggiare la domanda. E questi papaveri di nuova produzione sarebbero a questo punto venduti a un prezzo più alto dei 130 dollari divenuti legali. Ai contadini afgani converrebbe perciò di nuovo piazzare il papavero nel circuito del narcotraffico. Un ciclo, come si vede, teoricamente infinito. La realtà purtroppo è che il talebano Hanif non ha tutti i torti. l’Occidente, con il suo esercito che vuole combattere i produttori di un bene che lui stesso richiede e paga a caro prezzo, a essere in totale contraddizione. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 27/3/2007]