La Gazzetta dello Sport, 14 aprile 2007
Ieri nella Chinatown milanese la tensione era ancora molto alta. Nelle vetrine dei negozi sono apparsi cartelli contro la giunta comunale e in particolare contro il vicesindaco De Corato, accusato di voler pedonalizzare l’area intorno a via Paolo Sarpi e di voler disperdere in vari quartieri della città la popolazione cinese
Ieri nella Chinatown milanese la tensione era ancora molto alta. Nelle vetrine dei negozi sono apparsi cartelli contro la giunta comunale e in particolare contro il vicesindaco De Corato, accusato di voler pedonalizzare l’area intorno a via Paolo Sarpi e di voler disperdere in vari quartieri della città la popolazione cinese. Il responsabile della sezione milanese Italia-Cina, Roberto Borgonovi, ha a sua volta criticato la giunta Moratti, sostenendo che se si vogliono trasferire i grossisti cinesi da un’altra parte bisogna, prima di procedere, individuare insieme, appunto, questa altra parte. Il quotidiano Europe Chine News, in vendita in tutte le edicole della zona, allegava ieri mattina un volantino con la scritta: «Siamo milanesi anche noi».
• Sono milanesi anche loro?
«Un po’ il problema è questo. Loro sono una comunità molto chiusa, che riempie di cadaveri i container in viaggio verso la Cina, pur di garantire ai cari la sepoltura in patria (dal primo gennaio del 2000 risultano morti in Italia solo 30 cinesi: si può leggere una descrizione impressionante di questo fenomeno in Gomorra di Roberto Saviano). Noi, da parte nostra, non ci siamo praticamente posti il problema dell’integrazione. Ho letto che tutti imputano la distanza tra le nostre comunità cinesi e il contesto italiano soprattutto al loro carattere speciale, chiuso e attaccatissimo alla tradizione. Io dico che c’entriamo anche noi.
• Quanti sono alla fine ’sti cinesi d’Italia?
Ci sono vari studi, non tutti concordi. Ieri, a ridosso degli incidenti, ne sono stati diffusi due. Nel primo, realizzato dal Gruppo di coordinamento della Società italiana di Statistica, si valutano in 128 mila. Sono la comunità asiatica più numerosa, seguiti da filippini (90.000) e indiani (62.000), ma solo la quinta in assoluto dopo albanesi, romeni, marocchini e ucraini. Secondo un altro rapporto, preparato dal Cnr, i cinesi sono invece 168.750. Questo studio calcola anche i clandestini e dice che ogni cinese resta in Italia in media quattro anni. Questo è un altro problema, come vede, realtivamente all’integrazione: vengono solo per far qualche soldo, si mettono al servizio di padroni o padroncini sempre cinesi, tirano la carretta come matti e poi se ne tornano a casa. Di tutte le comunità presenti sul nostro territorio, quella cinese è la più equilibrata dal punto di vista della composizione per sess 54,4% di maschi, 46,6% di femmine. Età media di 33,5 anni. Il 47,7% dei maschi e il 37,6% delle femmine non sono sposati. Conservano le loro tradizioni molto gelosamente. Si sono grandemente indignati con noi quando, due anni fa, abbiamo avuto quella morìa di vecchi provocata dal gran caldo. Per loro i vecchi sono sacri, andando in vacanza non li lascerebbero mai a casa a soffocare come siamo soliti fare noi italiani.
• E la criminalità?
Esiste naturalmente. Droga, prostituzione, pizzo. Qualcuno, pensando a come lavora la mafia cinese, ha citato la Chicago di Al Capone. tutto vero e, in un certo senso, è tutto normale. Dove girano soldi, c’è malavita, non è questione di Cina o Albania. Per combattere la loro mala, la cosa migliore è ingaggiare vigili urbani cinesi e poliziotti cinesi. Cioè integrare.
• Scusi, ma alla fine, questi cinesi che ce li teniamo a fare? Fanno comunità a parte, fanno lavorare solo i cinesi, non vogliono essere disturbati o multati...
Beh, la spinta all’economia che viene dalle imprese cinesi è notevole: dal 2000 sono cresciute di quattromila unità all’anno, occupando interi quartieri delle città italiane. Solo a Roma si calcola che delle cinquemila attività commerciali della zona intorno all’Esquilino poco meno di 4500 siano ormai in mano ai cinesi, che si specializzano nel settore alimentare e dell’abbigliamento, seguendo una predisposizione che li caratterizza in tutto il mondo.
• Ma le pare giusto che si sia addirittura messo di mezzo il governo di Pechino?
E’ inevitabile ed è una mancata conseguenza della nostra non-politica dell’integrazione. Noi non possiamo assolutamente irritare la loro madrepatria. Il governo e la stampa di Pechino si sono subito mostrati attentissimi a quel che è successo a Milano, il console ha protestato vivacemente ed il ripetersi di situazioni spiacevoli come quella dell’altroieri potrebbe innescare ritorsioni contro le nostre imprese, che certo non possono correre il rischio di essere penalizzate su quello che nei prossimi decenni sarà con tutta probabilità il mercato più importante del mondo.[Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 14/4/2007]