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 2007  aprile 24 Martedì calendario

L’altro giorno, a Triginto, nel milanese, un padre ha ammazzato il figlio di 25 anni con una fucilata

L’altro giorno, a Triginto, nel milanese, un padre ha ammazzato il figlio di 25 anni con una fucilata. Erano le quattro del pomeriggio. Un solo colpo dritto in fronte, alla fine del pranzo di famiglia, pranzo nel quale bisognava salutare un’altra figlia in procinto di trasferirsi in Sardegna. Il padre si chiama Roberto Truffi, ha 53 anni. Il figlio, Massimiliano, ne aveva 25.

• C’è una ragione? Il padre era pazzo?
Il figlio si drogava. Qualche vicino dice che per procurarsi la droga era arrivato al punto di alzare le mani sui genitori. A tavola la lite sarebbe cominciata con la storia della camera. «Voglio una camera tutta per me, è possibile che non posso avere una camera tutta per me?» Ha inveito contro la madre. Allora il padre è andato di là a prendere uno dei quattro fucili, è tornato in sala e ha sparato. La mamma è corsa dai vicini, il padre ha aspettato i carabinieri.

• Non c’era qualche medico, qualche assistente sociale che si occupasse del ragazzo? Qualcuno che consigliasse su quello che bisognava fare?
La mamma disperata ha detto che avevano chiesto aiuto a tutti. Non sappiamo in che consistesse questo aiuto che volevano, ma possiamo immaginare che cercassero una struttura dove mettere il figlio, un qualche centro che lo disintossicasse. Il ragazzo prendeva soprattutto cocaina e aveva anche un lavoro, faceva il tornitore. Ma per andare in un centro bisogna che il tossicodipendente sia d’accordo. Per due ragioni: se non è d’accordo, non lo vorrà nessuno; e se non è d’accordo, non ne uscirà mai.

• Ma se ne esce poi?
Se ne può uscire. Ma è tanto difficile. Lo so che i risultati ottenuti per esempio a San Patrignano sembrano molto incoraggianti, con il 72 per cento di uomini e donne che ce l’hanno fatta. Ma andiamo a vedere bene questa statistica da vicin le università di Urbino e di Pavia, nel 2004, hanno selezionato 511 soggetti, di tutti e due i sessi, che avevano lasciato la comunità nel biennio 2000-2002. Questi soggetti dovevano essere stati in cura, prima del 2000, per almeno tre anni. Di questi il 72 per cento non aveva più preso droghe dopo il 2002. E però: si tratta di persone che, tra la cura e il periodo di convalescenza, hanno resistito cinque-sei anni. Quanti cadono invece già durante il primo triennio? Lo diciamo solo per mostrare com’è difficile uscire, non per sminuire il lavoro di San Patrignano che in tutti questi anni s’è preso cura, e con risultati eccezionali, di più di ventimila persone.

• Adesso è peggio o è meglio di prima?
Secondo me è peggio. Prima – cioè vent’anni fa – la droga aveva un’aria trasgressiva, chi la prendeva poteva fingere di essere un rivoluzionario, uno che si ribellava alle convenzioni borghesi. Quest’idea adesso è tramontata, ma nel frattempo la coca è diventata un consumo di massa, si trova a poco prezzo, la sniffa chiunque. Ce ne siamo già occupati un paio di mesi fa, quando il ministro Amato disse che la tossicodipendenza non si poteva battere se erano gli stessi italiani a chiedere la cocaina.

• E sul fatto che la famiglia sia stata lasciata sola?
E’ vero, quella famiglia andava aiutata. Ma anche aiutare – aiutare sul serio – è tanto difficile. Lei ha idea di che cosa significa avere un figlio drogato? Conosce la storia di Michele Liaci, pensionato delle Poste, appassionato di matematica, uomo tranquillo, affezionatissimo alla famiglia? La figlia era un autentico talento della pallavolo, ma a un certo punto cominciò a drogarsi. Cominciò a pretendere sempre più soldi, finse di essere stata sequestrata, rubò un’auto, la arrestarono. Picchiava la madre e un giorno che la madre era appena uscita da una malattia le si scagliò contro perché voleva soldi, soldi per la droga, ad ogni costo. Allora il padre, che aveva assistito a quell’ennesima violenza senza dire una parola, tirò fuori la Smith & Wesson che portava sempre in tasca e sempre con i sei colpi nel tamburo – perché sapeva che un giorno o l’altro sarebbe successo – le andò alle spalle, le punto la canna dietro l’orecchio destro e premette il grilletto. Il caso di Milano, purtroppo, non è unico. già successo. E, ahimé, succederà ancora. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 23/4/2007]