La Gazzetta dello Sport, 1 maggio 2007
Simone, il fratello della povera Vanessa Russo, la ragazza di 23 anni uccisa da un ombrello infilato con forza nell’occhio sinistro, vuole che sia ripristinata la pena di morte
Simone, il fratello della povera Vanessa Russo, la ragazza di 23 anni uccisa da un ombrello infilato con forza nell’occhio sinistro, vuole che sia ripristinata la pena di morte. La mamma Rita ha detto che odia le due romene che l’hanno ammazzata, che vuole vendetta.
• Hanno ragione. Sulla pena di morte sono d’accordo pure io. Non c’è qualche partito che l’ha proposta?
Fino a questo momento no. Guardi che, se ci fosse, dubito che sarebbe applicata in questo caso. Mi pare difficile anche una condanna durissima, come chiede la madre.
• Ma che sta dicendo?
Stiamo a come si sono svolti i fatti. Vanessa comincia a litigare con queste due donne, probabilmente perché spingevano. Scendono dalla metro e la più grande delle due, quella che nel video appare come più magra e con il cappellino in testa, vibra l’ombrellata. Vanessa cade, c’è molto sangue. Le due sciagurate scappano, l’ombrello viene mollato. La difesa sosterrà che si tratta di omicidio preterintenzionale. Cioè, è vero che la ragazza rumena ha tirato un’ombrellata a Vanessa, ma – dirà il difensore – non è che voleva uccidere: la conseguenza enorme di un gesto sciagurato e cretino è stata una fatalità. Se passa questa tesi (ed è probabile) la reclusione prevista va da un minimo di dieci a un massimo di diciotto anni. Articolo 584 del Codice penale. Il bravo difensore, però, chiederà anche il rito abbreviato, il che garantisce uno sconto: l’assassina, Doina Matei, anni 21, finirebbe per essere condannata a 8-9 anni. E dopo tre-quattro anni le darebbero la semi-libertà.
• Magari erano piene di cocaina.
E’ possibile. Anzi le dirò che in un primo momento, vedendo quelle due figure ben vestite che salivano di corsa le scale della metro, ho pensato che fossero due italiane di buona famiglia, imbestialite dalla cocaina. Ce ne sono, eccome. E non mi sarei meravigliato.
• Lei, con i suoi garantismi, mi ha stufato.
La legge è legge e non è un caso che a giudicare siano persone terze e non i parenti delle vittime. L’avvocato difensore avrebbe poi ragione a invocare come attenuante la storia infelicissima delle due ragazze. Doina, l’assassina, ha 21 anni. C.I, la sua amica scagionata e mandata adesso in un centro di recupero (non ha partecipato alla rissa), ne ha 17. Quando sono arrivate in Italia hanno certamento subito il trattamento riservato a tutte quelle come loro. Che è quest all’inizio le donne destinate a battere vengono chiuse in qualche appartamento o in qualche villa isolata, pestate, violentate per almeno una settimana di seguito, tre o quattro volte al giorno, da tutti i maschi della banda, e in tutti i modi possibili. Sistema sicuro per fargli passare fantasie, romanticherie e, soprattutto, speranze. Perché per essere totalmente sottomesse è necessario che le donne non abbiano speranze. I boss fanno anche tenere sotto osservazione i loro parenti in patria, e se le ragazze non rigano dritto, o se scappano, ci sarà qualche padre o qualche fratello che la pagherà. L’assassina, qui, aveva la madre che faceva la donna delle pulizie a Civitanova Marche, vicino a Tolentino, la piccola città dove le hanno prese. Ancora più facile da colpire, nel caso. Quando sono ben indurite e hanno capito con chiarezza che non si devono innamorare, che non devono parlare con estranei, che devono versare regolarmente i soldi che risultano dalla conta dei preservativi (gli dànno i preservativi contati), allora, e solo allora, le mandano a battere. Doina e C.I. si piazzavano davanti alla De Paolis, sulla via Tiburtina a Roma, verso le sette di sera, e andavano avanti fino alle quattro del mattino. Sa quanti rapporti hanno in quel lasso di tempo? Una cinquantina almeno. Alle quattro, sfinite, si facevano caricare dai papponi, e riportare a Tivoli Nuova. Pensione Sibilla Albunea, camera numero tre, due lettini affiancati, settanta euro a notte pagati sull’unghia a ogni risveglio. Prima di mettersi a dormire prendevano i tre grossi orsacchiotti di pelouche che tenevano sul letto. Perché – è bene che lei lo sappia – s’erano comprati tre grossi orsacchiotti di pelouche e dormivano (fino alle due o alle tre del pomeriggio) abbracciati a quelli.
• Lei quasi quasi le assolverebbe.
No, le condannerei, senz’altro. Ma senza dimenticare come sono diventate quello che sono diventate. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 30/4/2007]