La Gazzetta dello Sport, 14 maggio 2007
Gli americani hanno ammazzato Dadullah, il feroce capo talebano che aveva sequestrato, tra gli altri, Daniele Mastrogiacomo e decapitato il suo autista e il suo interprete
Gli americani hanno ammazzato Dadullah, il feroce capo talebano che aveva sequestrato, tra gli altri, Daniele Mastrogiacomo e decapitato il suo autista e il suo interprete.
• Come è successo?
in corso questa offensiva americana, detta Operazione Achille, nella provincia di Helmand, Afghanistan meridionale. Sabato ci sono stati scontri intorno a Sangin e a Nahri Sarraj, zone dove gli occidentali battono e ribattono da due mesi. E ieri mattina è arrivata la notizia che l’ultima battaglia era costata la vita a Dadullah. Siccome, non appena è stato diffuso il comunicato, i talebani avevano smentito, gli americani hanno fatto entrare i giornalisti nella sala del Palazzo di Kandahar dove ha sede il governo provinciale. Qui un addetto ha sollevato il lenzuolo e mostrato il cadavere. Internet è già pieno di foto. Oltre tutto non è difficile riconoscere Dadullah. A parte che negli ultimi due mesi ha dato interviste a tutti e si è fatto fotografare a destra e a manca, gli mancava anche la gamba sinistra, persa su una mina una quindicina di anni fa.
• E’ un bel colpo no?
I talebani, quando hanno dovuto ammettere che era veramente morto, hanno aggiunto che la sua scomparsa non li indebolisce per niente. Sappiamo che il corpo presenta un colpo alla schiena e due in pancia. Il colpo alla schiena per un guerriero non è una buona cosa. possibile che Omar abbiano dato inizio alla demolizione della figura di questo leader troppo mitizzato. Dadullah si stava dando un gran da fare per scalare la gerarchia. Aveva acquisito forse troppa dimestichezza con i media occidentali. Come niente, alzava il telefono e chiamava quelli della Reuters. All’inizio di maggio ha anche dato una bella intervista al Corriere della Sera. Insomma, partendo dal sequestro Mastrogiacomo – gestito con l’evidente obiettivo di guadagnare sempre più consenso tra i suoi, col sistema di far liberare i guerriglieri prigionieri – aveva forse cominciato a dar fastidio allo stesso Omar. All’epoca del sequestro Mastrogiacomo, Abdul Salam, a una domanda su Dadullah, rispose: «Dadullah non è il comandante che dice di essere. Non ha l’arte del comando. Lui sta lì perché è sostenuto da altri, in Afghanistan e fuori, perché è uno che parla forte. Spara parole. Ma senza parole è niente». Teniamo anche conto che dei cinque guerriglieri liberati in cambio di Mastrogiacomo, uno è stato ammazzato pochi giorni fa e i talebani ce lo hanno fatto subito sapere, senza dirci il nome. Nello scontro in cui è morto Dadullah, ha perso la vita anche suo fratello Mansoor Ahmad, un altro dei cinque liberati.
• Ma questa operazione Achille come sta andando? Gli occidentali stanno vincendo o perdendo?
Gli ultimi dati dicono che dall’inizio dell’anno sarebbero stati ammazzati 1300 guerriglieri. Non è un numero piccolo, anche se gli americani devono affrontare di continuo la rabbia dei cittadini qualunque che vengono ammazzati dalle truppe Usa. L’ultima strage – 21 persone – è di mercoledì scorso. La Casa Bianca ha fissato un indennizzo di duemila dollari per ogni vittima civile (in Iraq i dollari sono 2500). Poi c’è la questione dei rapporti con la Nato, e con l’Italia.
• In che senso?
Nel senso che in Afghanistan c’è la Nato, con i suoi 37 mila uomini, tra cui 2800 italiani, che contribuiscono alla ricostruzione e alla pacificazione del Paese. E poi ci sono gli americani della missione Enduring Freedom, con 14 mila uomini forniti da una dozzina di paesi (niente Italia, sono soprattutto inglesi e olandesi). Questi fanno la guerra sul serio, e nelle loro azioni ignorano completamente i capi della Nato. La settimana scorsa hanno fatto un’irruzione a Shindand, nella parte meridionale della regione di Herat, provocando una cinquantina di morti tra i civili. Senonché a Herat comandano gli italiani, i quali non sapevano niente di quello che stava per accadere. Parisi ha protestato e anche Karzai, il presidente filoamericano, è in forte imbarazzo per questo modo di procedere che oltre tutto fa un sacco di morti innocenti. Su Shindand gli americani non sono andati troppo per il sottile anche perché lì c’è una grande base che, in caso di guerra con Teheran, farebbe da quartier generale per le operazioni contro le provincie persiane orientali.
• Può scoppiare la guerra con l’Iran?
Forse no. Proprio ieri gli iraniani hanno accettato di venire a Bagdad per discutere con gli americani il modo di «lenire le sofferenze del popolo iracheno, sostenere e rafforzare il governo di Nuri al Maliki, riportare la sicurezza e la calma nel Paese». un buon segno.
[Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 13/5/2007]