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 2007  maggio 21 Lunedì calendario

Molti attribuiscono a Mario Draghi il merito di aver reso possibile la fusione tra Unicredit e Capitalia, deliberata ieri dai consigli d’amministrazione delle due banche

Molti attribuiscono a Mario Draghi il merito di aver reso possibile la fusione tra Unicredit e Capitalia, deliberata ieri dai consigli d’amministrazione delle due banche.

• Sarebbe?
Mario Draghi? Santo Dio, è il governatore della Banca d’Italia. Vedo dal suo sguardo smarrito che non le è chiaro neanche il concetto di Banca d’Italia. La Banca d’Italia è quella che fino al 2002, quando è arrivato l’euro, stampava le lire e ne controllava la quantità. Lei saprà che l’inflazione (questa parola le dice qualcosa?), cioè la tendenza dei prezzi ad aumentare, dipende anche dalla quantità di moneta che circola. Bene, la Banca d’Italia stampava la moneta e la contava, in modo che ce ne fosse sempre abbastanza e mai troppa.

• Ah, pensi un po’ non avevo mai pensato che le banconote e le monete venissero contate. E adesso chi fa questo lavoro?
La Banca Centrale Europea. Che ha sostituito la Banca d’Italia anche nella determinazione del tasso di sconto, cioè del cosiddetto primo interesse o prime rate (inglese: praim reit). Le banche prendono il denato in prestito dalla Banca Centrale Europea a un certo tasso che è appunto il più basso di tutti. Poi lo ricaricano quando prestano i soldi ai clienti. Queste cose fino al 2002 le faceva la Banca d’Italia e adesso le fa la Banca Centrale Europea, che sta a Francoforte e il cui governatore è monsieur Trichet. Tutto chiaro?

• E adesso la Banca d’Italia che fa?
Alla Banca d’Italia sono rimaste parecchie funzioni e tra questa la principale è quella di governare le banche italiane, controllandone i comportamenti e garantendo stabilità e concorrenza. Stabilità significa: la Banca d’Italia vigila affinché gli istituti grandi e piccoli non facciano passi azzardati, passi che mettano a repentaglio i soldi affidati loro dai cittadini. Concorrenza significa quello che capisce: la Banca d’Italia vigila affinché le banche non formino un cartello, cioè non si mettano d’accordo tra di loro ai danni dei clienti.

• E Draghi che avrebbe fatto di così importante?
Fino alla fine del 2005 il governatore della Banca d’Italia è stato Antonio Fazio. Fazio – un gran cervello, un gran matematico – era convinto che la difesa delle banche italiane sarebbe stata garantita solo se: nessun istituto straniero fosse riuscito a possedere più del 15% di una nostra banca; nessuna operazione di fusione o di acquisizione tra banche italiane potesse andare in porto senza la sua autorizzazione. Fazio credeva di poter smorzare le mire di istituti, anche italiani, troppo ingordi. In altri termini: nel nostro piccolo stagno non sarebbero stati ammessi, di fatto, pesci provenienti da altri stagni (gli stranieri) e sarebbe stato impedito a qualunque pesce italiano di mangiare fino a trasformarsi in uno squalo. Forte di questi princìpi, Fazio tentò di ostacolare gli spagnoli che volevano comprarsi la Banca Nazionale del Lavoro e gli olandesi che puntavano alla Banca Antonveneta. Mise in campo per questo le cooperative di Unipol (finanza rossa) e la microscopica Banca di Lodi di Gianpiero Fiorani (finanza bianca). la storia dei furbetti del quartierino, che lei ricorderà. Alla fine del 2005 il ministro Tremonti fu costretto a mandarlo via. Al suo posto venne appunto chiamato Mario Draghi.

• E che accadde?
Draghi era una star della finanza mondiale (cattedra al Mit, vicepresidente di Goldman Sachs ecc.) che da direttore generale del Tesoro, dove era rimasto dieci anni, aveva anche preparato la legge sull’Opa, quella che obbliga chi compra il 30 per cento delle azioni di una società a lanciare un’offerta per comprare anche tutto il resto. Draghi rovesciò totalmente – e in poche ore – l’impostazione di Fazio. Non solo dichiarò pubblicamente che non sarebbe mai intervenuto per influenzare operazioni di mercato, neanche nei casi in cui la legge glielo consentiva, ma precisò anche che se uno straniero si fosse voluto comprare una banca italiana lui lo avrebbe lasciato fare. Aggiunse: proprio per questo, invito le banche italiane a far accordi e a fondersi o ad aggregarsi comunque in qualche modo. Le banche italiane sono tutte troppo piccole, e i ricchi istituti stranieri, se non si sbrigano, ne faranno un sol boccone. Dopo diciassette mesi da quel discorso ci sono state molte aggregazioni anche di piccolo calibro e due operazioni enormi: la fusione tra Banca Intesa e San Paolo e quella tra Unicredit e Capitalia. Quello che è istruttivo è quest col suo atteggiamento liberale, Draghi ha di fatto impedito agli stranieri di entrare. Col suo atteggiamento di chiusura, invece, Fazio alla fine ha consegnato la Banca Antonveneta agli olandesi e la Banca Nazionale del Lavoro ai francesi. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 20/5/2007]