La Gazzetta dello Sport, 16 giugno 2007
Il Fatto del giorno sulla fine del petrolio
La British Petroleum – la compagnia petrolifera nota con la sigla BP – ha diffuso mercoledì scorso un suo studio nel quale si sostiene che abbiamo petrolio in abbondanza per almeno altri quarant’anni e che quindi non è alle porte nessuna crisi energetica. Il quotidiano The Independent ha replicato il giorno dopo che questa stima è fallace e che la crisi del petrolio comincerà invece tra quattro anni, cioè nel 2011. Il pubblico inglese è rimasto impressionato anche dalla forza giornalistica con cui The Independent ha voluto sostenere la sua tesi: un enorme titolo in prima pagina, bagnato da una miriade di gocce nere.
• Come stanno le cose?
The Independent riprende le tesi del geologo Colin Campbell, il quale prevede la fine del petrolio da un pezzo. Negli ultimi trent’anni l’ha collocata via via nel 1989, nel 1995, nel 2002 e nel 2005. È chiaro che prima o poi ci azzeccherà. Del resto la fine del petrolio è stato un cavallo di battaglia del Club di Roma diretto da Aurelio Peccei negli anni Settanta. Il club organizzava convegni molto impressionanti, con tanto di grafici dai quali risultava che il petrolio sarebbe finito intorno al 1980 o 81.
• Dunque, stiamo tranquilli, i profeti di sventura hanno torto.
Piano. C’è la faccenda del “picco di Hubbert” che rende la cosa piuttosto preoccupante. Marion King Hubbert, un geofisico della Shell, negli anni Cinquanta predisse che la quantità di petrolio che poteva essere estratta dai pozzi degli Stati Uniti avrebbe raggiunto il suo massimo (il “picco”) nel 1970, per poi calare rapidamente. Fu preso a ridere, ma nel 1970, effettivamente, gli Stati Uniti estrassero dai loro pozzi nove milioni di barili al giorno, una cifra mai raggiunta prima di allora, e dal 1971 in poi cominciarono invece a estrarre sempre meno petrolio. Oggi la produzione quotidiana è di poco superiore ai cinque milioni di barili e si sa già che l’anno prossimo, e negli anni successivi, la produzione sarà sempre più bassa. Dunque, relativamente all’America, la previsione di Hubbert è risultata esatta al cento per cento.
• E che cosa ha previsto Hubbert relativamente al resto del mondo?
Il punto-chiave riguarda questo famoso picco perché non è che un giorno ci sarà tutto il petrolio che vogliamo e il giorno dopo non ce ne sarà più neanche una goccia. In un certo giorno, non troppo lontano, avremo consumato il 50 per cento di tutto il petrolio che era disponibile all’inizio, e quello sarà il picco (detto, appunto, picco di Hubbert). Da quel momento in poi, la quantità di petrolio disponibile sarà sempre di meno e il prezzo del barile sarà sempre più alto. Vale a dire: saremo in crisi. In altri termini: per entrare in crisi non sarà necessario aver prosciugato i pozzi, basterà aver dimezzato le riserve.
• Che succederà a quel punto?
Uno studioso del problema, che si chiama David Goodstein e insegna al California Institute of Technology, ha previsto due scenari. In quello peggiore, il mondo sta fermo fino a che il prezzo impossibile del petrolio non ci morde le carni (perdoni l’espressione). Si scopre allora che non c’è abbastanza tempo per produrre, distribuire e consumare combustibili alternativi. Inflazione mondiale galoppante, recessione, miliardi di persone che ricorrono al carbone, un effetto serra devastante che rivoluziona il clima terrestre, guerre ed del Medio Oriente, il posto che oggi produce il 65 per cento del petrolio e che a quel punto, tutto a un tratto, sarà privo di risorse e di importanza. Tutto questo prima del 2100.
• Mamma mia. E lo scenario migliore?
Citiamo Goodstein (Il mondo in riserva, Università Bocconi, 2004): « Le turbolenze che seguono il raggiungimento del ”picco di Hubbert” dànno la sveglia al mondo intero. Un’economia basata sul metano riesce a fronteggiare nel breve periodo il divario tra domanda e offerta di petrolio, mentre si costruiscono nuove centrali nucleari e si diffondono le infrastrutture per lo sfruttamento di combustibili alternativi. Il mondo legge con ansia sulle prime pagine dei giornali le stime sui picchi di Hubbert per l’uranio e gli scisti». Perché il picco di Hubbert riguarda tutte le risorse disponibili, naturalmente. Dice ancora Goostein: «Questo è il secolo in cui dobbiamo imparare a vivere senza combustibili fossili. Potremmo cercare per tempo un’alternativa ai combustibili fossili. Oppure rassegnarci a tornare allo stile di vita del Settecento, quando i combustibili fossili erano tutti al loro posto, intatti. Ciò però comporterebbe, fra le altre cose, l’eliminazione del 95 per cento della popolazione mondiale...». [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 15/6/2007]