La Gazzetta dello Sport, 19 luglio 2007
Ieri tutto il personale Alitalia ha incrociato le braccia «per difendere le pensioni pubbliche, contro scaloni e scalini che aumentano l’età pensionabile e per l’abrogazione delle leggi sulla precarietà», come dice un comunicato dello SdL, la sigla che ha promosso l’agotazione
Ieri tutto il personale Alitalia ha incrociato le braccia «per difendere le pensioni pubbliche, contro scaloni e scalini che aumentano l’età pensionabile e per l’abrogazione delle leggi sulla precarietà», come dice un comunicato dello SdL, la sigla che ha promosso l’agotazione. Si preparano a scendere in campo anche i ferrovieri «per il rinnovo del contratto e contro la liberalizzazione senza regole, il ridimensionamento delle Fs, l’attacco ai livelli occupazionali e al reddito»: da sabato alle 21 e per ventiquattr’ore si fermano i treni e poi lunedì 23 entra in agitazione il personale non viaggiante. Lunedì 6 agosto toccherà agli assistenti di volo (Enav), martedì 7 di nuovo all’Alitalia.
• Neanche una parola sul fatto che nessuno vuole comprare l’Alitalia?
No, niente. Lo sciopero è stato indetto prima che la gara fallisse.
• Ma cos’è successo? Come mai nessuno si vuol prendere l’Alitalia?
Le condizioni della gara erano troppo rigide... Lei ricorderà che la nostra compagnia di bandiera è, dal punto di vista dei conti, un disastro, perde un milione di euro al giorno, in vent’anni il valore dell’azione è sceso del 93 per cento e ancora ieri ha lasciato sul terreno un 7,89 per cento (adesso un’azione Alitalia vale poco più di sette centesimi). Il crollo di ieri è dovuto proprio alla rinuncia dell’unico concorrente rimasto in gara per l’acquisto, il padrone di Air One Carlo Toto. E pensare che a dicembre, quando il governo aveva messo sul tavolo un primo 30 per cento della compagnia invitando gli interessati a farsi avanti, s’erano presentati in undici: fondi americani, Carlo De Benedetti, i russi dell’Aeroflot e persino una specie di consorzio formato da un gruppo di piloti della stessa Alitalia. Niente, settimana dopo settimana, sono stato esclusi o si sono ritirati tutti. Qualcuno per la regola in base alla quale l’acquirente non avrebbe potuto rivendere la compagnia per almeno tre anni, qualche altro perché ha capito che il governo non avrebbe rinunciato a un compratore prevalentemente italiano. Carlo Toto ha gettato la spugna quando gli è arrivata la bozza del contratto d’acquisto e ha visto che avrebbe dovuto rinunciare ad alcuni slot e che non gli sarebbe stato concesso di sottrarsi alle condizioni del sindacato.
• Che cosa sono gli slot?
Sono gli orari di partenza concessi alle compagnie aeree. Siccome Toto possiede Air One, comprando Alitalia si sarebbe trovato in una posizione di monopolio sulle rotte tra Milano e Roma, le più redditizie per Alitalia. L’Autorità per la concorrenza lo avrebbe perciò costretto a cederne alcune, facendogli perdere parecchi soldi. Toto voleva che il governo lo tutelasse da questa eventualità, fino al limite di consentirgli di rinunciare all’acquisto senza pagare penali. Idem per il sindacat Toto voleva liberarsi di 2350 dipendenti e voleva capir bene una certa situazione, probabilmente poco conveniente per lui, di una società collegata ad Alitalia che si chiama Az Service e garantisce i servizi a terra. Anche qui: voleva avere la possibilità di recedere dal contratto senza pagare penali se il sindacato fosse risultato irremovibile. Il dossier Alitalia sta nelle mani del sottosegretario Massimo Tononi, gia partner di Goldman Sachs, uno che per la politica ha rinunciato a redditi per parecchi milioni di dollari l’anno. All’inizio Tononi era dispostissimo a fare la trattativa privata. Quando Prodi gli ha fatto capire che non si poteva evitare la gara, Tononi gli ha spiegato che allora le regole sarebbero state rigidissime. E sempre le stesse, dal primo all’ultimo giorno. Risultat fallimento della gara.
• E adesso?
C’è intanto una questione urgente. L’azienda ha già perso più di un terzo del capitale e quindi il suo azionista (cioè il ministero dell’Economia) dovrebbe o fallire o coprire le perdite, cioè versare nelle casse dell’azienda 700 milioni-un miliardo almeno. Finora il governo aveva potuto star fermo perché c’era l’attesa di un nuovo soci la continuità aziendale – come si dice tecnicamente – era garantita. Fallita la gara, la continuità aziendale non è più garantita e si deve stare alle leggi esistenti e al Codice civile.
• E che cosa prevedono regole e codice?
Una strada è il fallimento. Si portano i libri contabili dal giudice, che nomina un curatore. Costui vende il vendibile per pagare i creditori e a costoro riconosce in genere un 30-40 per cento di quello che devono avere (se va bene). Il guaio è che Alitalia ha emesso a suo tempo un bond pert 700 milioni e questo bond scade adesso. Per i risparmiatori si preparerebbe quindi un’altra mazzata tipo Parmalat o crac argentino. Tempo di fare un’altra gara non ce n’è. Air France comprerebbe? Prodi ci spera, gli osservatori ci credono poco.[Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 18/7/2007]