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 2007  settembre 08 Sabato calendario

Gli italiani sono così provinciali da non credere mai che qualcuno possa parlar bene di loro. Invece la morte di Pavarotti ha suscitato un’eco formidabile, talmente grande che vale la pena di parlarne

Gli italiani sono così provinciali da non credere mai che qualcuno possa parlar bene di loro. Invece la morte di Pavarotti ha suscitato un’eco formidabile, talmente grande che vale la pena di parlarne.

• Che cosa è successo, in particolare?
Bush lo ha ricordato a Sidney, dove era in visita ufficiale, chiamandolo semplicemente ”Luciano”, Putin ha mandato un telegramma di condoglianze a Napolitano, a Londra, al momento del cambio della guardia davanti a Buckingham Palace, è stato suonato il Nessun dorma, l’Opera di Vienna ha messo la bandiera a lutto, Al Jazeera lo ha commemorato ricordando perfino la sua grande barba nera – che forse, agli occhi di quel mondo, lo rendeva un po’ islamico –, in Cina migliaia di persone hanno intasato con i loro messaggi il sito Tianya, poi la voce del nostro tenore è risuonata in tutti i telegiornali a tutte le latitudini – India, Bulgaria, Israele, Corea del Nord e del Sud –, l’America è letteralmente impazzita, con sfilate di personaggi in tutti i programmi tv che ne ricordavano le imprese e il centralino del Metropolitan intasato. Lo Spiegel, il grande settimanale tedesco, ha fatto in tempo a titolare: « ammutolita la voce del secolo...», che è poi un iperbole, perché il secolo ha avuto Caruso, Beniamino, Di Stefano (che è vivo) e soprattutto Tito Schipa. Ma le esagerazioni confermano l’appartenenza di Pavarotti al mito e una popolarità di cui forse noi – noi italiani qualunque – non ci siamo resi ben conto prima. Anche per il nostro vecchio vizio di dar poca importanza a noi stessi, di non stimarci, di considerarci per forza e naturalmente i peggiori.

• Mi verrebbe da chiederle da dove ci viene questo atteggiamento di disprezzo verso noi stessi, ma per ora preferisco domandarle se, secondo lei, c’è qualche altro italiano famoso allo stesso modo.
Direi Sofia Loren. Su questo ho anche una piccola controprova. Chiesero a Isabel Allende, la famosa scrittrice cilena figlia del presidente Allende: «Se pensa all’Italia, che donna le viene in mente?». E lei rispose subit «Sophia Loren». Poi ci sono i calciatori e gli stilisti. Sui calciatori, basta considerare il successo raccolto proprio in questi giorni da Baggio in Laos, dove è andato a fare il testimonial della Fao. E quanto agli stilisti, l’altro giorno l’annunciato ritiro di Valentino ha avuto un’eco mondiale. Per non dire dell’exploit di Miuccia Prada, messa da Anna Wintour tra i primi sette del pianeta. Ma anche Roberto Capucci, quando è andato in Cina qualche anno fa, è stato accolto da folle in delirio.

• C’è un qualche nesso che accomuna la popolarità di queste persone?
E certo. Il primo nesso sta nel concetto che è inutile nascere Pelé nel Medio Evo. Perché se sei Pelé, devi anche avere la compiacenza – per farcelo capire – di venire al mondo in tempo per debuttare nei mondiali di Svezia. Voglio dire: la popolarità è frutto di talenti individuali e di caratteristiche personali che ti trasformino in personaggio. E ha poi bisogno di un sistema che ti veicoli. Pavarotti era personaggio per la sua mole, per la sua faccia, per il suo attivismo e per l’indispensabile cattivo rapporto con i critici. Ma è diventato star quando ha incrociato la popolarità del melodramma (immensa, e ce ne scordiamo di continuo) con quella del calci la serata dei tre tenori s’è tenuta alla fine di Italia 90. Idem per la Loren: ha fatto da moltiplicatore l’America, luogo dove si produce la massima eco cinematografica. E negli stilisti la mentalità internazionale è un elemento necessario della professione, non si inventa moda se non si ha presente il mondo. Questo ci porta purtroppo a una specie di discorso politico.

• Sarebbe?
Bisogna spendere per affermare il proprio marchio all’estero. Pavarotti, la Ferrari, la moda, la cucina, il Colosseo, Venezia (eccetera eccetera) aiutano il paese perché ne propagandano nel mondo le qualità. Una classe politica deve puntare sui suoi assi e investire per confermare e accrescere il proprio patrimonio. Puntando solo all’eccellenza. Il melodramma è un asso e va sostenuto in ogni modo. Finanzi il cinema? E pretendi che ti diano film capaci di prendere l’Oscar e che, come minimo, abbiano mercato nel mondo. Qui non possiamo parlare di sport, ma guardi che vale anche per il calcio. Moggiopoli ci ha fatto molto male e ci fa male giocare in un modo che deprime i campioni-simbolo. Non aver fatto di Baggio una bandiera, un campione nazionale nel mondo, è stato un male per il paese.

• Pavarotti quando lo seppelliscono?
Oggi pomeriggio alle tre. Sarà vestito con lo smoking di scena e avrà il famoso foulard bianco latte. Cerone in faccia, rosario tra le mani. Bara come voleva lui, d’acero, fatta su misura a Brescia, zincata a Treviso, imbottita ad Asti. Ci sarà anche la televisione. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 7/9/2007]