La Gazzetta dello Sport, 9 settembre 2007
Martedì prossimo, 11 settembre 2007, si terrà a Zuccotti Park, New York, la sesta cerimonia commemorativa dell’attacco alle Torri Gemelle
Martedì prossimo, 11 settembre 2007, si terrà a Zuccotti Park, New York, la sesta cerimonia commemorativa dell’attacco alle Torri Gemelle. Momento culminante: la lettura ad alta voce dei nomi e cognomi dei 2750 morti, scanditi e diffusi in tutto il mondo dalla televisione. Pure, gli osservatori fanno sapere che per questo rito – celebrato a ferita ancora aperta – c’è in giro parecchia stanchezza. Il New York Times ha scritto: «Nessuno vuol rivivere un giorno che tutti vorrebbero non fosse mai accaduto. già successo alla vigilia del primo anniversario. Molti sentono che le commemorazioni collettive e pubbliche sono eccessive, vuote, a volte fastidiose». Mario Calabresi, il corrispondente di Repubblica, ha raccolto la testimonianza di Anita LaFond Korsonsky: « Alla cerimonia di Ground Zero non ci sono mai andata, l’ho sempre seguita dalla tv. Ho molti amici che la guardano e poi mi chiamano per dirmi di aver sentito il nome di mia sorella. Non avete idea di quanto conforto mi dia. Anche se solo per un istante, lei viene ricordata».
• Non gli ha dato una scossa il video di Bin Laden dell’altro giorno?
Non più di tanto. Al Qaeda manda sempre in giro qualche video quando c’è una data significativa. E naturalmente l’11 settembre è una data significativa, e merita un video dello stesso Bin Laden, che non si vedeva dal 29 ottobre del 2004. Non è detto però che il video sia un segno di forza.
• Ma è autentico o no?
Per ora dicono tutti di sì. C’è il problema della barba nera e c’è il problema dello sfondo, cioè di due elementi sicuramente falsi in un film vero. La barba nera è più che altro una curiosità, dato che Bin Laden ce l’ha sempre avuta piuttosto grigia. La falsificazione dello sfondo è invece una precauzione normale: non si vogliono dare alla Cia gli elementi per farsi un’idea di dove si trovi Osama. A un congresso di Las Vegas venne fatta una dimostrazione impressionante di come agiscono i ritoccatori qaedisti: in un video dove compare Al Zawahiri, sembra di stare in uno studio televisivo, ci sono persino i microfoni in alto. Invece è stato aggiunto tutto dopo. Stessa cosa per un altro discorso fatto da Al Zawahiri in occasione del Ramadan: gli hanno messo alle spalle una libreria e anche un piccolo cannone su una mensola.
• Se sono così bravi non potrebbero aver falsificato anche questa cassetta qui?
Può darsi, ma non si direbbe. Osama parla dell’elezione di Sarkozy e della crisi di mutui, fatto quest’ultimo che ne colloca la realizzazione nell’ultimo mese. Spiritosa l’idea di invitare gli americani a convertirsi all’Islam (in questo modo non ci sarebbe più guerra) e curioso anche il richiamo alle tasse. Bin Laden dice: noi siamo meglio, facciamo pagare solo un 2,5%, che è però una forma di carità detta zakat.
• Quindi questo video sarebbe uno scherzo, una presa in giro?
Il Capo della Cia, Michael Hayden, non lo pensa. Parlando al Consiglio delle relazioni straniere in corso a New York, ha sostenuto che Al Qaeda sta preparando attentati su vasta scala, che in America potrebbero produrre «perdite di massa, distruzione e impatti economici significativi». Non ha spiegato che cosa gli dà tanta sicurezza. Bin Laden nel video non fa minacce. Ma le sue parole hanno intanto lo scopo di tenere alta la tensione. Per tanti aspetti l’America è un paese che vive in una condizione paranoica: solo a New York sono in azione tremila videocamere in grado di lanciare l’allarme se un pacco rimane incustodito per più di un minuto e mezzo o se viene inquadrato qualcuno che si comporta in modo sospetto. E poi: lettori di targhe, sensori di radiazioni nucleari, barriere d’acciaio pronte a bloccare il traffico, tutto un armamentario che fa gridare continuamente i difensori dei diritti civili. I capi di Al Qaeda, intanto, non vogliono che il loro principale nemico stia troppo tranquillo o si rilassi. E gli mandano il video.
• Lei prima ha detto che potrebbe anche non essere un segno di forza.
Beh, ormai si sa che il terrorismo islamico vive una situazione di diaspora planetaria, tante cellule sparse in tutto il mondo ognuna delle quali agisce per conto proprio. Il messaggio all’America potrebbe anche avere lo scopo di far sapere, a questi adepti dispersi, che il capo c’è ed è sempre lui. Il bisogno di farlo sapere, naturalmente, nasce dal dubbio che non lo sappiano, o non lo sappiano più. Qualcuno, dentro l’Islam, potrebbe dubitare e il dubbio, quello sì, ha un grande potere corrosivo, anche in una realtà apparentemente granitica come quella della fede fondamentalista. Perciò, potrebbe anche non essere un segno di forza. Anzi. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 8/9/2007]